#9 Gipsy

Stefania è da tempo un’amica: ci siamo conosciute dieci anni fa, attraverso il mio ex lavoro. Ogni estate, da Napoli, fa tappa nel Biellese insieme alla sua famiglia: Giovanni, suo marito, le figlie Alessandra, Francesca e Benedetta; da un po’, con loro, c’è Wolfgang, il cane di Alessandra. Da sempre e sempre c’è Gipsy.

Gipsy ha più di 16 anni, quasi 17. Ha le “orecchie a farfalla”, come la mia Domitilla: quelle orecchie mobili, pelose e irresistibili, che passeresti ore a grattare. È sempre arruffata. È smilza, come quelle lepri delle illustrazioni inglesi, dalle zampe lunghe e il corpo affusolato. È una grande viaggiatrice, una cagnolina giramondo: da quando conosco Stefania e la sua famiglia, ogni vacanza e ogni gita è stata fatta con lei. Sotto i suoi cuscinetti sono passati sentieri di montagna, strade di città d’arte, erba di prati, morbidi tappeti. Passano anche adesso che le sue zampe si muovono seguendo uno swing immaginario, lascito di tre ischemie.

Il nostro incontro per Progetto gOldies doveva avvenire 352 giorni prima di quando c’è effettivamente stato, nell’agosto 2019. Un anno fa, i pomeriggi frenetici di fine lavoro, la macchina fotografica per una volta non con me, impegni che non riuscivano a trovare una quadra ce l’hanno fatto saltare. 

“Pazienza”, ci siamo dette allora con Stefania, e ci siamo date un appuntamento pieno di ottimismo un po’ forzato all’anno dopo, tra la speranza e il timore, il crederci troppo e il non crederci abbastanza. Il tempo è l’incognita più grande per tutti e l’avversario più temibile per i gOldies, sia che acceleri di colpo, sia che resti silente e sazio, in semplice attesa. Attesa è anche per noi: un anno non sarà mica così lungo, no? Lo è stato. 

A ottobre Gipsy subisce la terza ischemia cerebrale, a distanza di due anni dalla prima e un anno e mezzo dalla seconda. È durissima, le cure sono lunghe, ma anche stavolta riesce a superarla (questa cagnolina ha qualcosa di Highlander, ha ragione Stefania a sostenerlo).

A febbraio i telegiornali si riempiono di notizie sulla pandemia; segue di poco un lockdown che pare infinito. Le distanze si dilatano, già 60 km sembrano un viaggio interstellare, figuriamoci gli 870 che dividono Napoli da Biella: non paiono neanche più pensabili e, comunque, sono insuperabili. Ma finisce anche il lockdown.

Quest’anno, dopo tanto, le vacanze di Stefania e della sua famiglia dovrebbero tenersi altrove, da tutt’altra parte, anche per celebrare un compleanno a cifra tonda; ci sono già i biglietti intercontinentali e le prenotazioni, ma le limitazioni dei voli sparigliano i programmi, l’itinerario viene ridefinito e la distanza tra noi, di colpo, diventa così piccola da non far più paura. Quella tra qui e , ma, soprattutto, quella tra il sarebbe bello e lo facciamo.

Fissare una data reale per trovarci, il 2 agosto, e vedere che quella data si avvicina e (silenzio, dita incrociate!) arriva per davvero, ha il sapore di una vittoria. Attraverso ma avversativi, caselle degli imprevisti, previsioni del tempo nefaste dopo mesi di sole e cieli tersi (con le ultime giornate passate tra scambi frenetici, aggiustamenti di programma e continui monitoraggi delle app meteo), siamo arrivate al nostro traguardo. 

Nelle aspettative, l’ora dovrebbe essere quella della luce più bella, la temperatura ideale; nella realtà, ci sono il grigio e la foschia di un pomeriggio di inizio agosto che si crede metà ottobre, con i tuoni sulle Prealpi e le prime gocce di pioggia che cominciano a cadere. Ma figuriamoci se le temiamo, dopo tutte le traversie che ci hanno portato fino a qui, fino ad adesso.

Gipsy è sempre più leggera; sembra fatta di solo pelo. Negli occhi non si leggono i suoi anni, sono attenti, scuri e limpidi; le zampe vanno un po’ dove pare a ciascuna, ma vanno, accidenti se vanno, tanto che, a turno, Giovanni e Stefania partono a recuperarla per il prato che, grazie alla minaccia di pioggia, è diventato tutto per noi e per un duo che canta e suona in lontananza. Gipsy non li sente, ma, col suo passo obliquo, sembra seguire una musica dentro, che suona solo per lei.

Di Gipsy sapevo da tempo che è Highlander, ma ora so che è anche una ragazza magica (e tra qualche paragrafo lo saprete anche voi). 


La storia di Gipsy 

Il 22 dicembre 2004, Napoli ha il colore di una giornata uggiosa. Fa freddo e sta piovendo quando una collega di Stefania scorge, accoccolata tra le piante sotto l’ufficio, una cagnolina arruffata e intirizzita. Sale di corsa le scale annunciando la scoperta e Stefania sente il cuore che salta. Mentre si precipita giù, pensa a tutte le volte che aveva immaginato un momento così: una cagnolina che ha bisogno di una famiglia e quella famiglia sarebbero stati lei e Giovanni, che, pur non essendo (ancora) un appassionato di cani, a un imprevisto così non avrebbe potuto dire di no… 

La vede e la prende in braccio; è così leggera che sembra di sollevare aria. La porta dentro, al caldo e all’asciutto. Il capo non c’è ed è nel suo ufficio che Stefania e i colleghi la rifocillano, in cerca di capire cosa fare. L’aspetto è quello di una piccola randagia, ma potrebbe essere di qualcuno: cosa sarebbe meglio? Un padrone da cui ritornare? Una vita nuova da iniziare insieme? Prima dei pensieri serve un posto dove possa stare, serve l’azione. Stefania chiama Giovanni, gli chiede un regalo “a scatola chiusa” e solo dopo, quando vedrà arrivare sua moglie con quella cagnolina, capirà cos’era e perché era così importante. Ma ormai… i giochi sono fatti.

Dai controlli, risulta un microchip che la identifica come “cane di quartiere”. Dovrebbe avere un anno, forse qualche mese in meno. Riportarla in strada al freddo o fare richiesta di adozione non è neanche pensabile come dubbio. Quella cagnolina diventa Gipsy e parte della famiglia.

Il passato incerto tornerà, con un colpo di teatro. Qualche mese dopo l’adozione, Stefania è in giro per la città con suo padre, Gipsy e, nella pancia la prima della sue bimbe, Alessandra. Mentre il papà è impegnato, Stefania si sente chiamare: è un clochard. “Lei è il mio cane, me l’hanno presa” dice indicando Gipsy, che vedendolo si mette a pancia all’aria e si fa la pipì addosso. Lo conosce, si conoscono per davvero. Stefania si sente mancare. Resta immobile, mentre i pensieri si accavallano veloci e il tempo si dilata, si tinge di nero. “Ma vedo che con te sta bene, è felice. Meglio se sta con te” le dice ancora l’uomo, prima di allontanarsi. Non lo incontreranno più.

“Cos’è successo?” le chiede il padre quando torna e vede il suo sguardo. È successo tutto e niente; è successo che è passato, che la grande paura è andata. Gipsy c’è, invece, ci sarà sempre. Ed è giusto che quel sempre lo raccontino i suoi umani.


Gipsy raccontata da Stefania

“Dai 14 ai 27 anni ho avuto una cockerina che ho amato in modo unico e appassionato e che per me è stata davvero una sorella. I miei, in particolare mia mamma, non volevano prendermi un cane perché il mio primo cucciolo (che, by the way, si chiamava proprio Goldie) e che ebbi a 9 anni, complice purtroppo la nostra inesperienza dell’epoca, morì di cimurro a soli 5 mesi: fu un tale trauma che mamma non ne voleva più sapere. Ma io, essendo figlia unica, mi sentivo sola, e dopo una dura battaglia (fatta di cartelli e foglietti appesi fuori la porta della mia stanza con frasi del tipo “Cane è bello”, “Senza cane mi sento sola come un cane”) e con la complicità di un carissimo amico di famiglia, psicologo tra l’altro, che convinse mamma che fosse giusto così, prendemmo Sunny, quando avevo 14 anni. 

Sunny è stata una vera e propria regina in casa… di più: per me, era un mito! In quegli anni, papà un giorno mi raccontò che, sotto il suo ufficio, c’era una cagnolina molto affettuosa che lui, e qualche altro collega, uno in particolare, curavano e nutrivano. Quel collega (che poi se la portò a casa) l’aveva chiamata Gipsy. A me quel nome era subito piaciuto un sacco: aveva fatto scattare in me qualcosa di unico e magico, e pensai che, se un giorno avessi avuto un’altra cagnolina… chi lo sa? 

Nel frattempo, dopo la perdita di Sunny (il dolore più grande della mia vita), arrivò tra noi Pulce. C’era anche lei, addobbata dalla sarta con un fiocco fatto con la stessa stoffa del mio vestito, quando mi sposai con Giovanni; ma lei rimase a vivere dai miei, che tra l’altro hanno un giardino immenso, a differenza di noi. Io sognavo sempre di imbattermi un giorno in un cucciolo, che, nella mia testa e nel mio cuore, già immaginavo sarebbe stata femmina, e di portarla a casa facendo una sorpresa a Gio… e qui arriviamo alla storia che conosci già. 

Conoscere Gipsy e attribuirle quel nome che conservavo in un cassetto del mio cuore fu tutt’uno. Lei, una trovatella dall’aspetto un po’ alternativo, una gitana, era proprio Gipsy. E, d’altra parte, tutti videro in lei una forte somiglianza col famoso Vagabondo della Disney: quindi il nome era proprio pittato a pennello per lei!

L’unicità di Gipsy rispetto ai miei precedenti cani è che lei è arrivata nella mia vita come “figlia” e non come “sorella”, ed è stato il primo tassello della famiglia dopo Giovanni e me. Questo la rende unica e speciale. 

All’inizio per Gio questa cosa non è stata facile da mandare giù. Ricordo le primissime volte che io, ad esempio, le dicevo “Vai da Papi”: lui si risentiva e chiedeva di non chiamarlo così, ma poi il tempo e l’amore incondizionato di Gipsy, che credo abbia sempre riconosciuto in lui il capo branco, l’hanno plasmato e reso il suo “Papi” a tutti gli effetti.

Uno degli episodi più indimenticabili risale proprio ai primissimi giorni di convivenza con lei. Doveva essere una domenica ed io, ahimé, per far contento Giovanni, gli avevo preparato il suo piatto preferito, cioè il ragù. Dato che io, ovviamente, non lo avrei mangiato (Stefania è vegetariana, ndr), avevo predisposto per me quello che era uno dei miei piatti preferiti, e cioè pasta al burro, e avevo così cominciato a mettere nel piatto a tavola il burro, mentre finivo di preparare. A un certo punto tornai in cucina e trovai il mio piatto vuoto e quasi perfettamente pulito… la mia reazione fu quella di urlare a Gio, che era nello studio: “Giovanni, perché ti sei mangiato il mio burro?”. Lui mi guardò come se fossi pazza: “Il tuo burro? E che me ne facevo del tuo burro?” E scoppiò a ridere! Ma io continuavo a brancolare nel buio. Fu poco alla volta che mi si accese un barlume di luce. Cercai Gipsy che, effettivamente, aveva il musetto unto e con uno spiccato odore di… burro (ma ancora oggi, io continuo ad accusare Gio di essere stato lui!). L’episodio del burro rimase mitico.

Gipsy diventò, dopo meno di un anno, sorella maggiore di Alessandra e la cosa mi faceva un po’ sentire in colpa nei suoi confronti, lei che era la principessa di casa. Io, però, dicevo sempre che Alessandra avrebbe abbaiato prima di parlare e, neanche a farlo apposta, ci fu un lungo periodo in cui Ale piccola, a qualsiasi domanda le si facesse, rispondeva: “Bau!”. E inoltre, il suo unico vero zio di sangue, il fratello di Giovanni, per motivi a noi ignoti, lei lo ha sempre chiamato BAU (ed ormai anche per me è Bau e, per le altre mie figlie, Zio Bau).

Per Ale, invece, Gipsy era Yé-Yé (anche in questo caso non sappiamo perché), ed ogni altro cane era “Attroyéyé”. E fu così che la nostra Gipsy divenne affettuosamente anche per noi Yé-Yé. Uno degli altri soprannomi di Gipsy è Kiwi, per quel suo pelo arruffato, ispido e di colore indefinito!

Dopo che la mia damigella d’onore Pulcina ci lasciò, Gipsy diventò sorella anche di un’altra quattrozampe, Penny Black, che ha preso il posto di Pulce a casa dei miei genitori. Di recente poi, ha “subito” l’ingresso in famiglia di uno scapestratissimo ed esuberante “nipote”, Wolfgang, la cui presenza proprio non le è andata giù.

Ma Gipsy è diventata sorella maggiore anche di altre due piccole umane, con l’ultima delle quali vinse il secondo premio nel concorso “Tale padrone, tale cane”, per l’enorme somiglianza fra le sue orecchie e i codini della sua sorellina umana. Anche in una precedente manifestazione di meticci, Gipsy aveva vinto il secondo premio: evidentemente questo era il leitmotiv nella sua seconda vita, quella che stava vivendo con noi dopo il suo breve periodo da randagia.

E veniamo al suo vero (per me) momento di gloria, esattamente 4 anni fa, il 13 agosto. Dovevamo fare tappa a Cortona per le nostre vacanze, per omaggiare il paese in cui viveva Jovanotti. Solo pochi giorni prima, se non erro proprio a San Lorenzo, lui aveva messo un suo video mentre percorreva in auto le strade attorno a Cortona, in una giornata di pioggia, ed ascoltava alla radio il suo ultimo singolo da poco uscito, “Ragazza Magica”. Ma torniamo al 13 agosto. Complici il fato, la fortuna, la caparbietà, ma anche un gruppo di persone molto più sfrontate di noi, riuscimmo ad incontrare, salutare e farci fotografare con Jova. Di quei momenti abbiamo per fortuna anche un, sia pur indecentissimo, video amatoriale, in cui però si sente benissimo che, fra i saluti, l’emozione e quelle poche chiacchiere scambiate col nostro mito, l’unica di noi a cui lui prestò più attenzione fu proprio Gipsy, che oltre ad una pacca e una carezza, si sentì appellata così da lui: “Bellissimo ‘sto cane, aò” (o, per chi conosce meglio Jova: “BelliFFimo ‘Fto cane, aò”). E così la mia già mitica Gipsy, da allora ribattezzata per gli amici Belliffimoftocaneaò, diventò ancora più mitica!

Sarà scaturito da quell’incontro, non lo so, ma ripensando in seguito al fatto che passava il tempo e lei diventava la mia cagnetta in assoluto più longeva, pur dimostrando da sempre un’età molto più bassa, oltre a tutto quello che significava per me, che lei divenne ed è la mia Ragazza Magica. Certo i 3 ictus avuti in seguito nel giro di 2 anni l’hanno molto provata, ma il suo corpicino, invidiabilmente magro, le ha finora sempre consentito di rialzarsi e guardare avanti, da brava Ragazza Magica che è per me”.


Gipsy raccontata da Giovanni

“Confesso che quando Stefania, nelle festività natalizie del 2004, mi chiese di farle come regalo un pensiero che lei aveva già provveduto a procurare, mi diede un certo sollievo: personalmente, sono sempre a corto di idee per i regali, a maggior ragione in occasione di feste “comandate”; tra l’altro, la festività di Santo Stefano, di cui Stefania porta il nome, arriva il giorno dopo Natale ed è sempre un problema cercare di pensare un regalo che non sia stato già fatto, non sia inutile, abbia un significato e, per di più, possa anche piacere.

Io e Stefania lavoriamo per lo stesso Ente (all’epoca si chiamava “Provincia di Napoli”, oggi Città Metropolitana) ma in sedi diverse, per cui la richiesta di mia moglie avvenne telefonicamente e con me all’oscuro su che cosa potesse mai consistere il suo regalo.

Quando ci incontrammo, Stefania portava al guinzaglio un cane arruffatissimo, con due comicissime orecchie, e mi chiesi subito da dove fosse venuto fuori: mia moglie fu prodiga di particolari e chiarì immediatamente che avrebbe voluto come regalo che quel cane avesse vissuto con noi. Ad attenuare le mie preoccupazioni circa la sua cura e l’impegno che sarebbe occorso (non avevo alcuna esperienza di cani) ci pensò una nostra collega, Paola, che aveva già esperienza di cani e gatti (nella sua casa vivevano entrambi…) e che mi fece fondamentalmente capire, non ricordo esattamente con quali parole, che, nel fare questo “regalo” a Stefania, non me ne sarei pentito.

Aveva ragione: facendo un po’ di “scuola guida” nel portare Gipsy a spasso, questa imparò quasi subito a riconoscermi e a salutarmi quando mi vedeva, al punto che, a volte, obbediva alle mie sollecitazioni, ma non a quelle di Stefania, con mia moglie che cominciava a fare “scenate di gelosia” (del tipo: “Io ti ho trovata, io ti ho portata a casa, io ti do da mangiare e ti porto dal veterinario e tu obbedisci a lui?!”). 

Gelosia o meno che fosse, di fatto, quando entravo in casa dopo una giornata di lavoro, la prima ad accogliermi sulla porta e a salutarmi è sempre stata lei: ancora oggi, nonostante la presenza di un esuberante Wolfgang, di un udito purtroppo notevolmente attenuato (eufemismo…) e tre ictus che le hanno lasciato conseguenze sul movimento delle zampe posteriori e sull’equilibrio, tenta sempre di alzarsi per venirmi a salutare quando si accorge della mia presenza, a differenza della moglie e delle figlie (magari qualche lettore si riconoscerà in questa situazione…).

Sulo tu me vuò bbene, a mme!” (“Solo tu mi vuoi bene!”) le dico in napoletano e, soltanto dopo che Wolfgang vuole la sua parte di coccole, aggiungo rivolto a lui “Va bbuò, va: pure tu!”.

Mia moglie, con il tempo, ha smesso di essere gelosa di Gipsy: più che guardare ai quasi sedici anni di matrimonio nel frattempo trascorsi, mi piace pensare (povero illuso che sono!) che si sia resa conto che tutto questo, alla fine, lo ha voluto lei

E, con ogni probabilità, se ne compiace“.


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Progetto gOldies è aperto a tutti gli animali non-umani anziani. Ci troveremo in Piemonte (zone: Biella e Torino) e il nostro incontro andrà più o meno così. Ovviamente, la partecipazione è gratuita.

Se sei curiosa/o e vuoi conoscere com’è nato il progetto, leggi qui. Se sei curiosa/o e vuoi conoscere me, leggi qui 🙂


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