Dev’esserci un’anomalia nella linea temporale, non me lo spiego altrimenti: che sia sempre una cucciola scatenata ai miei occhi e, intanto, a passi sempre più faticosi, stia per compiere 14 anni, e che siano quasi 13, quelli vissuti insieme.
Tanto è niente, in certi casi. Solo sempre è l’ordine di grandezza accettabile nel tempo delle storie d’amore.

(Sarà un post molto personale, questo, perché se “ufficialmente” l’umana di Domitilla è Mariangela, mia mamma, e che quindi, per rispettare il format che ho scelto per Progetto gOldies, sarà (anche) lei a raccontarla, Domi è per me sorella, meraviglia continua, radici. Casa. Ed è stata, dal primo istante, il dipanarsi fluido e lineare di possibilità aggrovigliate, qualcosa che capita poche volte nella vita e solo se hai un’immensa fortuna; un concatenarsi di eventi come un domino al contrario, che innalza una tessera dopo l’altra invece di abbatterle, quando tutto va al suo posto nel modo giusto e nel momento giusto e che, di colpo, ti fa credere che quelle che avevi sempre considerato, con accondiscendenza, illusioni un po’ naïf – il destino, il colpo di fulmine, l’anima gemella – esistono, davvero, ed esistono per te)

Prima

La storia del nostro incontro l’ho in parte già raccontata, perché è la stessa di Teo; ma senza Domitilla quella storia non ci sarebbe stata.

Nell’ultimo periodo della lunghissima esistenza terrena di Luna, Terranova di famiglia (gOldies ante-litteram, ma DOC, tanto che meriterebbe un posto d’onore in questo blog), avevo preso l’abitudine di cercare, tra gli annunci di cani in cerca di casa, chi, dopo di lei, avrebbe potuto vivere con i miei genitori.

Non era cinismo o poco affetto, che sia chiaro; la mia era una strategia di sopravvivenza. Nonostante fossero passati quasi 14 anni mi ricordavo troppo bene l’estate dolorosa passata senza un cane in famiglia, tra la morte di Chanty* e l’adozione di Luna, dopo settimane a guardare senza agire il ritaglio di giornale dove un’associazione torinese cercava casa a una Terranova di 8 mesi; dopo settimane di silenzi e di vuoti che avevano il gusto cattivo dell’abisso.

Con Luna, l’ultimo periodo era stato come scendere lungo un pendio scivoloso che declina con dolcezza: non puoi rallentare e sai già dove finirà la corsa, ma ti dà il tempo di guardarti attorno, per imprimerti nel cuore il panorama che sta per finire alle tue spalle, e di prepararti alla destinazione, in qualche modo. 

Il dolore non cambia, ma cambia il modo con cui si può cercare di affrontarlo e cambiano anche le persone: non ero più una ragazzina impotente di fronte al cordoglio muto degli adulti, potevo agire e avrei agito. Anche passando ore, ogni sera, a spulciare annunci di cani in cerca di casa.

Mi aveva colpito una cagnolona bellissima e difficile, Happy, ed ero andata sul sito del canile in cui si trovava per cercare altre informazioni. Nonostante fosse una struttura con più di 200 cani, la pagina delle adozioni ne mostrava giusto 4 o 5 e una di loro era Domitilla, con una foto orribile, che la faceva sembrare una poltroncina poggiapiedi, lunga e con le zampette corte, solo con un groviglio di peli in più, e una descrizione scarna: il nome (stupendo), l’età presunta (1 anno) e una frase, “va d’accordo con tutti”. Eppure è stato amore, subito, per me; per me, lo specifico: perché mi ricordo lo sguardo perplesso di mio padre quando gliela mostrai sullo schermo del portatile e azzardò un “Eh… Sembra simpatica” non troppo convinto. Ma lo interpretai come il benestare a procedere. 

Pochi giorni dopo la morte di Luna (a casa, accompagnata nel sonno tra le carezze dei miei genitori), mandai una lunga, accorata email di presentazione al canile dove si trovava Domitilla, chiedendo di poter conoscere lei ed Happy, prendendo appuntamento, misurando ogni parola per fare la migliore presentazione possibile. Non fu mai letta, lo seppi quando mi presentai al cancello.

In canile

L’ingresso in quel canile lo rivivo ogni volta al rallentatore, come un film; succede anche adesso e, infatti, ne parlerò al presente, come si addice a quei rari attimi fuori dal tempo che sanno di eternità.

Tre lati di gabbie traboccanti di centinaia di cani che abbaiano, saltano, si agitano; i miei occhi che vanno subito su una, in fondo, sulla destra, attratti da una forza irresistibile. Non ho dovuto elaborare informazioni, l’ho saputo subito che quella forza era lei.

I passi davanti alle altre gabbie. Nomi e storie e code e guaiti che sono un rumore di fondo. Happy che è magnifica, ma è chiaro che non può essere lei – no, meglio: i miei genitori – e io neppure – non saremmo potuti essere per lei.

Le volontarie che finalmente aprono la porta del box di Domitilla, lei che corre felice nel prato in mezzo ad altri cani, poi si volta e mi si precipita addosso.

La prima volta che ci siamo abbracciate: un film nel film. Io in ginocchio sull’erba, le sue zampe sulle spalle, i suoi baci sulla faccia, sulle orecchie, sui miei occhi umidi.

Quando ho avuto bisogno di ricordi felici, quando sembrava che non ci fosse spazio per nulla che non fosse dolore, quel momento è sempre arrivato a soccorrermi
. Perché anche questo è per me Domitilla, se avete letto Harry Potter sapete di cosa parlo: il mio Patronus. Amore e felicità così pieni, così potenti da divorarsi il buio. Quello che ci salva, sempre.

Mentre ero lì a terra, nell’area verde tra le gabbie del canile, con quella cucciolona tra le braccia, le volontarie mi raccontarono la sua storia.

Era una notte buia e tempestosa, come avrebbe scritto Snoopy, con una tetra nebbia in più, e una ragazza che tornava a casa lungo una strada di campagna si trovò di fronte una cucciola spaesata. Le bastò accostare e aprire la portiera perché salisse grata, come se non stesse aspettando altro che un passaggio per andare via da quella che era stata, facile supporlo, tutt’altro che una bella vita.

La convivenza durò una notte e qualche ora, o qualche danno; fatto sta che la sua prima salvatrice la portò in canile perché si era resa conto che non sarebbe riuscita a gestirla – a malincuore, sembra, e ci ho sempre creduto: perché nessuno sarebbe potuto rimanere indifferenti a quel concentrato di gioia ed energia vitale.

Domitilla poteva avere sei mesi, allora. Appena arrivata sembrava che ci fosse una famiglia interessata alla sua adozione, purché fosse “subito”, tanto che venne fatta sterilizzare in fretta e furia dai giovani veterinari della clinica universitaria di Torino per mandarla presto a casa. Ma anche quelle persone sparirono e per altri sei mesi rimase in canile.
Intanto tutti i volontari si innamoravano di lei, sempre allegra, equilibrata, intelligente. Una pastorella che voleva radunare tutti: le pecore che incontrava quando usciva in passeggiata e anche gli altri cani, mi spiegarono.

La misero nello stesso box di Teo perché… perché non lo so. Una vaga somiglianza, forse – la stessa che confuse mia madre la prima volta che li vide e che pensò fossero mamma e cucciolo. Probabilmente il carattere d’oro di Domi, capace di smussare gli angoli appuntiti con cui altri umani avevano inciso Teo (che, ai tempi, con due abbandoni alle spalle, sembrava un candidato al “fine pena mai”). O perché doveva andare così, semplicemente, e le nostre vite si dovevano trovare: ve l’ho detto che con lei, e con lei sola, la mia razionalità si fa piccola per lasciar passare il pensiero magico.

Teo e Domitilla ritratti dalla straordinaria artista Nives Manara

Una settimana dopo l’incontro, e dopo una settimana di infinite parole che presagivano il momento (forse se lo ricorda la mia amica Lodo, che ai tempi condivideva con me la scrivania), venne finalmente il giorno in cui andammo a prendere Domitilla e Teo.
Fu un viaggio tragicomico di cui già ho raccontato; dell’arrivo, anche: mia mamma che si commuove pensando che Teo sia il cucciolo di Domitilla, mentre io le porgo i guinzagli a gambe larghe per cercare di non sporcarmi ancora di più col vomito (sì, non sempre è poesia) con cui entrambi mi avevano ricoperto per l’agitazione del viaggio.

Il giro della casa che sarebbe diventata subito loro, tanto quanto degli umani che la abitavano, del cortile, dell’orto, e i posti speculari presi sul divano, con mio padre in mezzo, nella configurazione che per anni, finché le zampe hanno consentito di salire, sarebbe rimasta invariata. Era ieri, era 13 anni fa.

Domitilla raccontata da Mariangela

Come faccio a descrivere Domitilla con una parola? Con Teo è il regalo più bello di tutta la mia vita. Lei è un po’ il mio alter ego: sempre sul chi va là, in ansia per tenere tutto sotto controllo… Ci assomigliamo anche d’aspetto, lo dicono ed è vero.

È una cagnolina intelligentissima e sensibile. Durante le passeggiate non si è mai stufata una volta di doversi adeguare ai ritmi di “suo fratello” Teo, nonostante avessero dei ritmi agli antipodi e lui sia sempre stato un annusatore seriale e un po’ perditempo. Certo, quando ancora potevamo andare lontano e non c’erano dolori…

I ricordi di questi anni insieme sono tantissimi… due fra tutti: i ricci e la scorpacciata di olio.

C’è stato un periodo in cui una comunità di ricci viveva nel nostro giardino. La sera diventavano attivi e Domitilla impazziva: andava continuamente a cercarli, abbaiando e girando attorno a se stessa finché non andavo con lei alla ricerca. E per farmi fretta mi mordicchiava il sedere, come sempre quando era iper-eccitata: non ho mai capito se mi considerasse il pastore o una pecora.

Quando finalmente trovava un riccio, si metteva a scavare per terra con brontolii estasiati, senza mai fargli niente: individuarli nel prato era di per sé una gioia e un compito che lei, molto rigorosa, doveva portare a termine. Finché un giorno di novembre non trovò, uno dopo l’altro, tre riccetti orfani! Erano piccoli e sapevamo che avevano bisogno d’aiuto. Così, mentre organizzavamo il trasferimento a Rifugio Miletta, li portammo dentro casa in una scatola in attesa di trasferirli.
Noi umani eravamo nella stanza di fianco, a mangiare; Domitilla faceva di continuo la spola tra la tavola (è una gran golosa) e la scatola. Non le sembrava vero che il suo sogno di badare ai ricci fosse diventato realtà e di poter fare la riccio-sitter! Di qua e di là, di qua e di là… Finché da un “CAI’!” capimmo che, per vederli meglio, si era avvicinata così tanto da pungersi il naso.

E poi un aneddoto che mostra bene la sua golosità: era la cena del 31 dicembre e mio marito aveva preparato una frittura, lasciando fuori la pentola con l’olio in attesa di smaltirlo. Domitilla, che come ho detto è molto golosa e ha una passione per il fritto (che non le do perché le fa male), con nonchalance è uscita e ha fatto perdere le sue tracce.
Pensavo fosse andata a fare un giro solitario per il cortile, ma dopo un po’, non vedendola rientrare, sono uscita anch’io e l’ho sorpresa che si leccava i baffi unti di olio: approfittando della nostra distrazione era uscita per berlo! Nonostante sapesse che non doveva farlo, nonostante si sentisse in colpa per aver fatto qualcosa di proibito, nonostante, dopo, come prevedibile non sia stata bene, nonostante tutto… per giorni ha continuato a controllare se, per caso, un’altra pentola col prezioso olio di frittura fosse stata dimenticata a portata di lingua e credo che ancora oggi quello sia stato il più bel Capodanno della sua vita.

Richiamo tutti i ricordi allegri di questi anni perché è dura pensare a come sono cambiate le cose in poco tempo; neanche un anno fa andavamo ancora in giro tutti i giorni, io e lei e Teo, su per le salite, fino al “nostro” bosco di betulle, e adesso è già tanto riuscire a percorrere qualche centinaio di metri attorno a casa. Ma nonostante la fatica e la difficoltà, la schiena che non smette di farle male nonostante tutte le cure, finché al mattino lei e Teo non mi daranno tregua per mettere le pettorine, pronti per uscire, finché la renderà felice, continueremo a farlo: perché lei è tutto, per me. Il mio angelo con coda. La mia vita.

Per me

Domitilla con le orecchie “a farfallina”.

Domitilla che corre scatenata, salta, è un’atleta, è sempre avanti.

Domitilla che porta via dal sacco, una dopo l’altra, decine e decine di palline da tennis acquistate per sostenere un canile e per far felice Teo, che se ne sta commosso, attonito e grato davanti al regalo e, mentre sta ancora decidendo quale scegliere per prima, lei le ha già afferrate e sparpagliate tutte.

Domitilla che mi sveglia saltando sul letto e lavandomi di baci.

Domitilla che capisce ogni volta qual è il braccio che mi fa male, quando scendo alle 3 di notte per dormire sul divano perché l’unico modo per superare quel dolore ai tempi sconosciuto è sapere che lei è vicina.

Domitilla che sente quando scendo dall’aereo, a 200 chilometri di distanza, e impazzisce di gioia roteando come un derviscio pochi secondi prima che chiami a casa.

Domitilla che ama salire sul tavolo per dormire, osservare e per baciarmi meglio.

Domitilla che dorme con la pancia all’aria e la lingua di fuori.

Domitilla di cui ogni dettaglio è perfetto.

Domitilla che si appoggia con le zampe a chi è seduto a tavola fingendo coccole ma, in realtà, passando in rassegna tutto il cibo che c’è.

Domitilla che è in ogni foto di compleanno e in ognuna guarda la torta.

Domitilla che un po’ si offende quando io adotto Skid e me lo fa capire ogni volta che andiamo via per tornare a casa nostra. “Con lui? Davvero? E io?”.

Domitilla che minaccia di ogni sciagura i cani della casa prima del bosco, e loro fanno altrettanto; solo oltre il recinto, però. Perché se si incrociano fuori è tutto un “Ehi, ciao, come va?”.

Domitilla che, al primo starnuto la prima notte che mia figlia neonata è a casa, corre dal padre abbaiando perché “Svegliati! La tua cucciola ha bisogno di te!” (sono sicura che sarebbe stata una mamma straordinaria).

Domitilla che odia i litigi e i contrasti, ma che si precipita a farmi da scudo e a redarguire Skid (di cui ha un po’ timore, anche per le dimensioni) quando esagera nei giochi con me e Teo, sir Didymus per eccellenza, non è nei paraggi.

Domitilla che non dà confidenza agli sconosciuti e che è la gioia assoluta dei suoi umani. Domitilla che non si allontana mai dalla sua famiglia e controlla che nessuno sia lasciato indietro.

Domitilla che diventa un po’ scorbutica, che non ama le smancerie, che odia gli arrivederci ma che ancora adesso, dopo 13 anni di saluti, mi accompagna ogni volta alla porta e, dopo, passa la serata a sospirare.

Domitilla che zoppica, che fa fatica a sdraiarsi, che ha l’affanno, che ha smesso di scendere gli scalini del giardino perché una volta è caduta e detesta farsi aiutare, rinunciare alla sua autonomia: Domitilla che è la mia Volpe Argentata, l’eterna cucciola che mi mette le zampe agili sulle spalle e che un giorno è invecchiata, perché gli anni non sono stati gentili con lei e le hanno chiesto il prezzo tutto di colpo. Che privilegio vederla invecchiare, sì, e che strazio per il cuore.

Quella porta chiusa, dietro cui lei rimane mentre io mi allontano, che pesa sempre di più e solo un pensiero l’alleggerisce, per me che credo in poco, ma spero tanto: così come ci siamo trovate, nonostante tutte le variabili e le combinazioni che sembravano impossibili, ci ritroveremo ancora, quando sarà, dove sarà, in un altro tempo, in un altro spazio, in un altro miliardo di vite.

*Chantal, detta Chanty

La faccio breve: quando avevo 8 anni mi innamorai perdutamente di una cagnolina. La chiamai Chantal e resta il cucciolo più bello che abbia mai incontrato: una pastorella biellese di tutti i colori e il pelo soffice.


Erano altri tempi, altre sensibilità, e nulla di quello che, come famiglia, abbiamo fatto allora, lo avremmo fatto mai più, dopo. I miei genitori la comprarono per 80 mila lire (85 con un collarino blu) in un consorzio agricolo che l’aveva portata via dalla mamma e che la teneva tra vasetti di piante, sacchi di stallatico e altri cuccioli in vendita (il suo compagno era un minuscolo Doberman, in quel momento).
Aveva 40 giorni, sì e no; e forse fu quell’allontanamento precoce il motivo, o uno dei motivi, per cui a un anno sviluppò una rara e invasiva malattia autoimmune, scoperta, dopo infinite supposizioni e ricerche, dal veterinario geniale che da sempre segue i cani di famiglia. Buffo o beffardo pensare che una malattia quasi identica (e quasi identica la cura) sarebbe stata diagnosticata anche a me, 25 anni dopo.
Ho scritto all’inizio che Domitilla è la mia once in a lifetime; vi sembro incoerente se scrivo che lo era anche Chanty? Se ancora adesso non riesco a parlarne, a scriverne senza piangere? Se tra i momenti più densi d’amore e di serenità della mia vita c’è la visione di lei che mi viene incontro dopo che mio papà le ha aperto il portone, all’uscita dalle scuole elementari, dalle medie, dal ginnasio? C’è sempre il sole, in quei ricordi, in modo inspiegabile, perché erano anni in cui Biella era nota per la pioggia, e in modo ovvio, perché there are some lights that never go out.

Chanty è stata la prima a insegnarmi l’addio, a farmi capire è ora prima che ci fosse qualsiasi segnale razionale per immaginarlo: al suo posto, una connessione che fa quasi paura, da quanto è forte e irrazionale.
Il momento e il posto me li ricordo come se fosse successo un giorno fa, ma più di tutto mi ricordo il suo sguardo verso di me, quel po’ di vento, la luce. Ai tempi avevo preso raramente una macchina fotografica in mano e le fotografie mi interessava (neanche troppo) averle, più di farle; ma in quel momento pensai a quanto mi dispiaceva che il rullino in carica sulla reflex di mio papà fosse finito, e pensai che avrei voluto farle una foto, e pensai che non avrei più potuto farlo. Che pensiero sciocco, cercai di convincermi. Quella foto che non ho scattato è incorniciata nella stanza più intima del mio cuore e forse, ora che ci penso, è il motivo di tutte quelle successive.
Qualche giorno dopo, Chanty si ammalò. Non erano i soliti problemi, con cui pensavamo di aver raggiunto un qualche fragile equilibrio; qualcosa di nuovo e spaventoso. Ricordo i miei che la riportarono a casa dal veterinario. Mio padre non parlava, non ci riusciva. Non l’avevo mai visto prima con gli occhi gonfi. Le terapie disperate, le flebo, l’ultima, mentre la tenevo abbracciata sul divano e lei, che era stoica e non si lamentava mai, mi guardò e mi chiese: basta, adesso. Lasciami andare.

Aveva dei ciuffi neri sulle punte delle orecchie. Chiesi a mio padre di tagliarli per ricordo, di conservarli. Mi sembrava un gesto indispensabile. So che sono da qualche parte, ma non ho mai avuto il coraggio di accarezzarli. So che mi hanno mostrato quanto sia effimero il piano fisico e quanto i ricordi non abbiano bisogno di un cassetto dove riposare, quando sono incisi nell’anima.

Non è mai stata una gOldie, Chantal: aveva poco più di 7 anni quando se n’è andata, io quasi 16. Eppure è sempre stata qui, è nelle parole che scrivo, è nella persona che sono diventata.
Solo io, tra chi ha conosciuto entrambe, vedo una somiglianza tra lei e Domitilla; forse sono io che ho avuto bisogno di vederla, di trovarla.
Grata sempre a Chantal per aver reso così intollerabile una mancanza, a Domitilla per averla riempita di nuovo amore.

2 risposte a “24 Domitilla”

  1. Avatar happilycheesecakea173980612
    happilycheesecakea173980612

    Ciao Rachele,è da mesi che dovevo scriverti.La mia Timy è mancata. Ti avevo chiesto di raccontare di lei che era così buona e speciale da passare inosservata. L’ho amata silenziosamente.Un caro abbraccioJlenia Carla VolpedoAnimalistanata di jlenia volpedoConduttore IAA – Operatore socio sanitario  73048 NARDO’ (Lecce) 3287757508       animalistanata@libero.it     Volpedojlenia@pec.it    Utilizzo biglietti da visita digitali Kipin per ridurre lo spreco di carta. Pensa all’ambiente prima di stampare questo messaggio.

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    1. Avatar Rachele T.

      Jlenia, quanto mi dispiace leggere che Timy non è più su questa Terra. Ti stringo in un abbraccio, sono profondamente convinta che l’amore lasci tracce indelebili, più forti di ogni dolore.

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