#3 e #4: Bufo e Botolino

Premessa: questo post, dedicato ai protagonisti numero 3 e numero 4 di Progetto gOldies, avrebbe dovuto essere pubblicato mesi fa, poco dopo la mattina passata a casa di Lodovica, Bufo e Botolino. Avevamo stabilito con cura la data e calcolato il rapporto tra l’ora e la disposizione delle stanze, per approfittare della luce, ma le immagini che mi ero già viste n testa avevano alzato bandiera bianca di fronte a un’inaspettata (anche in tempo di App meteo dalle proprietà divinatoria) mattinata di nebbia, buio e pioggerella noiosa e annoiata, quella che sembra rimanere sospesa e indolente nell’aria, in una sfida aperta alla fisica, invece di cadere a terra e compiere il suo destino.

Era stata una mattinata bellissima,

ma

la luce era tremenda, i tempi di posa si erano allungati in modo inversamente proporzionale alla pazienza dei modelli, i quali mi avevano fatto capire da subito che l’illuminazione ausiliaria non era un’opzione da prendere in considerazione, il micro-mosso mi perseguitava e gli ISO alti avevano ricevuto in sacrificio immagini pastose che non mi soddisfacevano.

Avremmo potuto programmare un nuovo incontro (e ci ho pensato, già mentre tornavo in macchina sotto quella tenda di gocce sospese), ma non sarebbe stato giusto, per una norma non scritta. Quando ho immaginato Progetto gOldies non ho scritto fisicamente un decalogo di norme tassativa da rispettare, ma non significa che non siano nella mia testa. Una regola è: una volta sola. Un incontro solo. Non si ripete, non si riprova, a costo delle imperfezioni.

La mia mente tende a crogiolarsi nei loop e questa è stata la tempesta perfetta: da una parte il codice morale autoimposto, dall’altra il perfezionismo. Che scontro tra titani, signore e signori! In mezzo, mentre quelli se le davano con alterne fortune, c’erano le foto. Non erano come le avevo pensate e volute,

ma

era stata una mattinata bellissima

e loro, nella loro imperfezione, la raccontavano. Perché dentro c’erano una torta preparata apposta per l’occasione, la tisana calda, i colori dei quadri e il senso di casa.

C’erano un gatto “così bello che non ha bisogno di essere intelligente”, un gatto “così intelligente che non ha bisogno di essere bello” e la loro umana; una famiglia, soprattutto, per qualcuno anomala, per me unica.

Allora, meglio tardi che mai: vi presento Bufo, 11 anni, e Botolino, 10. E questa è la loro storia.

Bufo

Il gatto Bufo sul trespolo
Bufo, principe dei gatti

Bufo bufo è il nome scientifico del rospo comune, Bufo e basta è il nome che Lodovica ha dato al suo gatto: e se è difficile immaginare due creature più diverse di un anfibio verrucoso e un maestoso felino è perché non eravamo lì, 11 anni meno qualche settimana fa, nella strada dove la loro storia è iniziata.

Quando Lodovica l’ha trovato, il gattino-che-sarebbe-diventato-Bufo era una pallina sporca e malata di pochi giorni di vita. Neanche la sua mamma, una micia semi-randagia, puntava su di lui, tanto da averlo lasciato al suo destino: non si scommette su chi non ha futuro, regola ferrea della natura.

Mentre girava la ruota delle possibilità, scorrevano e scorrevano quelle più probabili – investito da una macchina, azzannato da un cane, morto per raffreddore, per fame e per inedia… Finché la ruota si era fermata, in barba alle statistiche, su una ragazza che tornava a casa dai genitori.

Non so se me l’ha raccontato Lodovica o se è un ricordo falsificato dalla mia memoria influenzata da pubblicità strappalacrime e incontri da cartoni animati (perché, come recita il saggio, “non si esce vivi dagli anni ’80”), ma io mi immagino che piovesse, quel giorno che ha cambiato due vite in un colpo solo.

E quindi Bufo fu, piccolo rospo e principe in divenire.

Il gattino nel calzino

I primi tempi furono un azzardo quotidiano. Malridotto com’era, anche il traguardo di vivere una giornata in più era una scommessa su cui solo chi era molto ottimista, molto incosciente o molto innamorato avrebbe potuto puntare.

Ogni due ore doveva essere allattato, da Lodovica, da sua mamma o dalla zia, nonne ad honorem. “Per un’intera settimana è toccato a mia zia prendersene cura. All’inizio era preoccupatissima perché non riusciva ad allattarlo. Era uscita a far la spesa con pensieri cupi in testa e, al ritorno, trovò mio zio (uomo di 110kg) che lo aveva messo dentro a un calzino e gli dava il biberon“. Balia e metodo erano anomali, ma i risultati iniziarono ad arrivare.

Bufo era diventato un gattone sano, bello e felice. Seguiva Lodovica al lavoro, tra boschi e prati, libero di stare con lei in ufficio o fuori nel verde. Spesso giocava con un piccolo gatto semi-randagio nero, rotondo e petulante (tenetelo a mente). Quando finiva di lavorare, Lodovica la chiamava, lui saltava nel trasportino e tornava a casa con lei, a sognarsi leone alle prese con gli inseguimenti di farfalle e fiocchi di neve mentre dormiva sul lettone. O, semplicemente, a sognare la vita perfetta che stava vivendo.

Scomparso

Quel giorno, alle 17, era già quasi buio. Bufo non si vedeva da nessuna parte e non rispondeva ai richiami per tornare a casa. Lodovica passò più di un’ora a cercarlo, seguita dal gattino nero. Quando divenne così buio da non vedere neanche più i suoi piedi, Lodovica si avviò a casa. Si ripeteva che il giorno dopo sarebbe arrivato, che magari si era addormentato da qualche parte, che… ma il giorno dopo non era ancora tornato. Di più: sembrava scomparso nel nulla. Anche la ricerca straziante del bordo strada non aveva svelato il mistero di quella sparizione. Restava un’unica ipotesi: qualcuno l’aveva portato via.

Mentre i volantini con la foto di Bufo e la sua storia invadevano i paesi del Biellese e gli spazi virtuali, ancora agli albori, Lodovica, gli amici e i colleghi continuavano la ricerca. E il più costante aiutante era quel gattino nero, Botolino, che non la smetteva di seguirla e di miagolare fino a non avere più voce.

Botolino

Ritratto di Botolino, gatto nero
Botolino nel suo regno

Botolino era venuto alla luce in un fienile, da una gatta semi-randagia e semi-selvatica. A differenza di fratelli e sorelle, era riuscito a sopravvivere (cosa tutt’altro che scontata) e aveva un carattere affabile e amichevole: nato da una mamma terrorizzata dagli uomini, lui aveva deciso che gli umani gli piacevano e non perdeva occasione per dimostrarlo.

Ogni giorno attraversava la strada per giocare con Bufo e per accoccolarsi in braccio alle persone che lavoravano insieme a Lodovica, cospargendole di fusa, peli corvini e odori molesti (la forma rotonda, da cui deriva il suo nome, era causata dalla tribù di vermi che colonizzavano la sua pancia).

Quando Bufo sparì, Botolino non lasciò sola Lodovica per un attimo. Giravano per i boschi chiamandolo, lei col nome umano, lui con quello felino, gli stessi sguardi sconsolati quando nessuno rispondeva al richiamo.

Ci si trova e ci si adotta anche così, a volte: condividendo un dolore e trovando, uno nell’altro, ragione per superarlo.

Ritorno a casa

Era un fine settimana, innumerevoli giorni dopo la scomparsa, quando Bufo riapparve, forse scaricato da una macchina, di certo smagrito e timoroso. Cosa sia successo in quei giorni lo sa solo Bufo, quelle degli umani sono ipotesi – il “rapimento”, la depressione di Bufo per essere stato portato via dalla sua umana che lo avevano fatto rinunciare al cibo e gli appelli pressanti e onnipresenti che lo avevano reso famoso e rendevano difficile tenerlo nascosto. Fatto sta che, un’ora dopo, Bufo era tornato a dormire nel suo letto, esausto e spaventato, ma finalmente a casa.

E alla fine arriva Boty

La vita di prima era finita. Bufo non sarebbe tornato in quei boschi: troppi ricordi, troppa angoscia, per lui e per Lodovica. E anche per Boty tutto era cambiato: nei lunghi giorni senza Bufo, ogni tanto Lodovica l’aveva portato con sé, a vivere la vita di coccole e cuscini che quel piccolo gatto nero aveva sempre sognato, anche senza saperla immaginare.

“Proviamo” pensò Lodovica aprendo la macchina. “Era ora!” pensò, probabilmente, Botolino balzandoci dentro.

Ciò che venne dopo è uno di quei momenti che rimangono tatuati nel film della vita: “Mi ricordo quando ho portato a casa Boty seduto sul sedile del passeggero buono buono (anche se forse questa non si può raccontare), ho aperto la porta di casa e Bufo l’ha subito riconosciuto e accolto con gioia”. Era nata una famiglia, 9 anni fa.

Famiglia

“Visto che lo ho allattato da quando aveva una settimana di vita e abbiamo sempre vissuto insieme, io e Bufo abbiamo un rapporto speciale, stretto, strettissimo, di intesa e profonda conoscenza. Io chiamo e lui mi risponde, anche se sta dormendo, con quel verso simile a fusa sonore che usano i gatti per comunicare fra loro.

è un gatto-gatto: libero, coccole quando decide lui, ma con moderazione, mai imposte; sceglie lui, in ogni caso. Impossibile obbligarlo a fare qualcosa che non vuole fare… quanto siamo simili!”

Boty è il nostro naturale completamento: sempre presente, sempre affettuoso, il gatto che ogni anziano vorrebbe! Starebbe sempre in braccio e sono sicura che sogni di avermi costantemente seduta sul divano… cosa che, purtroppo per lui, capita raramente.

Boty, di un’intelligenza rara. Mi ascolta e sono sicura che capisca quello che gli dico, come quando gli consiglio la strada migliore e più sicura da fare per tornare a casa dai nonni e dagli zii (è una storia vera).

Bufo compirà 11 anni a ottobre, Botolino 10… Io mi godo più che posso il tempo con loro, perché mi rendo conto, ora più di prima, che non ci saranno per sempre, che forse il giro di boa della nostra vita assieme lo stiamo passando.

Un po’ mi rattrista, ma mi porta a rivalutare la vita e quali sono le cose più importanti… e una è passare più tempo possibile con gli animali e le persone che amiamo. Io li amo, qui due, allo stesso modo; siamo una famiglia fantastica, noi tre”.

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