#7 Teo

Teo

Con questo gOldie gioco in casa: Teo è il componente più anziano della mia famiglia canina.

Teo nell'erba

Quando l’ho portato a casa dei miei genitori, da un canile della cintura di Torino, secondo le due diverse date segnate sui documenti poteva avere un’età stimata di 4 o (più probabilmente) 6 anni.

Era il 7 aprile 2012, 8 anni fa.

Prima

Teo è entrato in canile da adulto e le uniche certezze della sua vita di prima sono le botte e gli abbandoni.

Le prime gli hanno lasciato addosso la paura per i bastoni e le scope; anche se no, paura non è il termine giusto. Terrore o, più ancora, annichilimento: all’inizio bastava il gesto di prendere in mano una scopa perché i suoi occhi si spegnessero, regolati da un interruttore istantaneo che eliminava ogni luce e dava via libera al vuoto. I suoi begli occhi vitali diventavano quelli di una bambola; se è vero che sono lo specchio dell’anima, in quei momenti la sua fuggiva in un posto lontano, in un posto sicuro, l’unico dove rifugiarsi almeno col pensiero, perché il corpo irrigidito e immobile non lo poteva raggiungere, in attesa che finisse il dolore.

Lampi di quel vuoto ci sono ancora oggi, otto anni d’amore dopo, se qualcuno afferra un bastone troppo rapidamente o troppo vicino, oppure se qualcosa cade, se c’è frastuono. A causa di quei rumori inaspettati gli abbiamo visto fare delle fughe da cartone animato, con le zampette così veloci da non distringuerle più, e abbiamo riso, perché è comico e per sdrammatizzare, perché Teo per primo sembra riderne, dopo quella manciata di secondi che serve a ridargli razionalità; ma la causa e la colpa di quelle reazioni sono quanto di meno divertente ci sia.

È un pensiero troppo assurdo per essere pensato, quello di qualcuno che picchiasse sistematicamente un cagnolino di 12 kg; qualcuno che, come in un mediocre e scontato cortometraggio, a un certo punto abbia deciso di lasciarlo legato al guardrail dell’autostrada Torino-Milano, all’altezza del casello di Rondissone.

Quello è stato il suo primo abbandono; il secondo, il “reso” da parte della prima coppia che lo aveva adottato dal canile, dieci giorni dopo averlo portato a casa, con la motivazione di “cane aggressivo, mordace, imprevedibile”; stigma, lettera scarlatta che metteva il timbro di indesiderabile su un cane non più giovanissimo, non di razza, non da borsetta, non.

Sembrava che le sue caratteristiche fossero tutte per negazione o per sottrazione: Teo non era enorme, microscopico; cucciolo, anziano. Non era uno di quei cani che si arrampicano sulle sbarre per farsi notare e neppure uno di quelli che scappano nella cuccia quando arriva qualcuno davanti alla gabbia. Non era di razza, un incrocio particolare, di quelli che ti fermi a guardare ammirato e benevolo pensando a quanta fantasia creativa possa avere la natura.

In compenso, se pensi a “cagnolino meticcio”, probabilmente ti viene in mente qualcuno come Teo. Il suo aspetto è quello del “cane-cane”, il più comune nelle case e nei canili; un perfetto esemplare di quelli che Roberta, parlando del suo Charlie, ha descritto come “cagnolini marroncini, né piccoli né grandi, simili tra loro, così diffusi che probabilmente sono al lavoro per la conquista del Mondo”. Cani così in vista, sotto gli occhi, visibili, che alla fine diventato invisibili.

È probabile che lo sarebbe stato anche per me, inutile far finta di no, se nel canile dov’ero andata sperando di poter portare a casa dei miei genitori una cagnolona problematica non mi fossi, invece, imbattuta nella mia once in a lifetime, la mia anima gemella canina, Domititilla.

Match point

La rivedo spesso quella scena, come se appartenesse a un film. Ero appena entrata e i miei occhi erano stati subito calamitati da lei, unica in mezzo a oltre duecento cani urlanti, come illuminata da una luce sul palco che isola quello che conta da tutto il resto; e quella luce illuminava di riflesso il cane marroncino che condivideva la gabbia con lei.

La freccia che scocca e, nella traiettoria, colpisce anche chi si trovava di lì per caso; la pallina da tennis che finisce da una parte o dall’altra della rete. La fortuna, la sorte. Pur di portarmi a casa Domitilla avrei adottato chiunque avesse condiviso il suo destino, fosse stato anche un rinoceronte. Era meno esotico e meno ingombrante, era Teo e, anche se a quei tempi non lo sapevamo, è così che è iniziato il nostro insieme.

Alcune parti della sua storia passata le avevano raccontate subito e in fretta i volontari, con poche parole e molti sguardi indiretti. Altre le ho intuite, quando, alla fine della prima passeggiata attorno al canile per conoscerci meglio, mi era venuta la stupida tentazione di appoggiargli la mano sul sedere sculettante, frutto di anni passati con cani sereni e coccoloni, e lui si era voltato attonito, pronto a essere picchiato.

Quello sguardo mi era rimasto impresso come un pensiero indigesto, ma era stato un altro quello che mi ero portata dietro e che mi aveva accompagnato per tutta la settimana prima di tornare a prendere lui e Domitilla. Era lo sguardo di quando l’avevamo riportato in gabbia.

Era piccola e stretta, senza giochi. Gli avevamo tolto il collare sfilacciato e lui si era messo in piedi, appoggiato alla mia gamba, e mi guardava con urgenza, con speranza, con fiducia. “Per favore”, dicevano i suoi occhi. “Torna. So che tornerai”. Di Domitilla mi sono innamorata subito, ed è da allora che credo nel colpo di fulmine, ma questa è un’altra storia. Questa è dedicata a Teo , a come mi sono innamorata anche di lui in quel momento e a come, quel cagnolino segnato da “ciò che non era”, sia diventato il nostro Teo, un piccolo cane dalla personalità enorme. Anzi, mi correggo: lo era già. Quelli incapaci di vederlo eravamo noi umani.

Dopo

Teo è valoroso. È la versione reale di Sir Didymus di Labyrinth, per aspetto e per carattere. Come lui è un cavaliere senza macchia e senza paura, fedele al suo clan e coriaceo, testardo e dalla morale ferrea. A dog with attitude; un piccolo cane con un coraggio enorme. Non c’è nemico troppo grande da affrontare, incluso quello invisibile che scuote il cielo coi temporali: quando tuona, Teo si precipita in mezzo al cortile, coda dritta e naso all’insù, e resta ad abbaiare indomito, nonostante tutti i tentativi di farlo desistere e rientrare in casa, fino a quando la furia dei tuoni non smette (sarà un caso? Io non credo).

Teo è un poliziotto, tanto che uno dei soprannomi che in famiglia gli abbiamo affibbiato è Voigt, come il capo della squadra in Chicago PD. Controlla tutto e tiene tutto sotto controllo, pronto a intervenire a testa e coda alti.

Teo "The Boss"

Uno dei suoi sorvegliati speciali è Skid, il mio cane grande, grosso, e bonaccione. Quando c’è lui, è un continuo osservarlo e intervenire per metterlo in riga, soprattutto quando si avvicina a mio padre. Anche se Skid è esattamente 3 volte Teo (parla la bilancia), non ho bisogno di sottolineare chi è il capo. Però, quando Skid dorme e, da cane sordo, non si accorge di qualcosa, o quando è buio e ha paura di uscire, Teo va a chiamarlo e lo incoraggia a seguirlo; lo scorta nei suoi giri e lo accompagna. Probabilmente lo vede come uno strano fricchettone, ma in fondo in fondo gli vuole bene. In fondo. Forse.

Non bisogna scavare, invece, per trovare il legame che ha con Domitilla. Ci aveva visto lungo quel caso (?) che li aveva messi nella stessa gabbia per far posto ad altri cani, perché lei era buona con tutti e lui preferiva la compagnia femminile. Diversi e perfetti complementari, uno yin e yang grigio e marroncino.

Teo e Domitilla a spasso, perfettamente coordinati

Teo non sopporta il suono della censure nei programmi TV: quando lo sente di mette ad abbaiare al televisore, pieno di rabbia e disapprovazione, tanto che a volte si alza in piedi per verificare meglio la situazione. Ci chiediamo ogni volta se sia perché è un censore nell’anima o un paladino del libero pensiero.

Teo è curioso, moltissimo: ispeziona le borse e le scatole e quello che è appoggiato sopra ai tavoli, purché riesca ad arrivarci. Si aggira per l’orto e il cortile pronto a sorprendersi per tutto. A volte, come Alice, si perde nel suo Paese delle Meraviglie finché qualcuno non lo riporta nella realtà. Torna ed è felice, perché, in fondo, la sua realtà è meravigliosa.

Teo in piedi per osservare una scatola posata sul tavolo

Teo è un modello e l’unico dei tre cani di casa che ama essere fotografato. Per lui, la fotocamera puntata non è una minaccia o una scocciatura: è il segno che è visto, che ha attenzioni tutte per sé, che conta. Che ha il suo posto nel mondo, unico e speciale. Che lo è, unico e speciale.

Teo in posa

Teo è (diventato) goloso. Per anni si è disinteressato del cibo. Mangiava con sufficienza la sua pappa, ma si distraeva, seguiva un insetto, veniva a guardare dov’eravamo. Spesso non si avvicinava neanche a tavola (sì, forse dovrebbe essere così, ma dai miei non lo è mai stato). Il cibo si è trasformato in una delle sue passioni da quando si è ammalato di pancreatite e deve seguire una dieta rigorosa. Da allora, da quando non può, mangerebbe ogni cosa, ogni cosa gli appare prelibata. Se ci vedete un insegnamento, probabilmente avete ragione.
(Nonostante la golosità, neanche a tavola Teo perde il suo aplomb, la delicatezza e la grazia: qualunque boccone gli venga offerto, lo annuserà con attenzione prima di prenderlo dolcemente tra le labbra e gustarlo con gratitudine. Siamo ciò che mangiamo, ma anche un po’ come mangiamo).

Teo è un cane da salotto. Ama il divano, ama la comodità, ama poltrire. Ma quando si tratta di andare a spasso diventa una scimmietta, butta per aria tutto, tira via le coperte (a volte anche se sopra c’è Domitilla), si mette a girare in tondo cercando di prendersi la coda e solleva le zampe in una marcia festosa. Perché Teo è allegro e ha il senso dell’umorismo – sì, sì, lo sento quel borbottio: è scorretto attribuire ai cani caratteristiche umane, eccetera, eccetera, eccetera. Ma ditelo a Teo, che si diverte a fare gli agguati a Skid o a ringhiare a mia madre quando lo vuole abbracciare e, intanto, lancia di sottecchi un’occhiata complice a mio padre e muove la coda divertito.

Teo è un esploratore. Quando va in giro è spassoso o noioso, a seconda dell’umano che lo accompagna e del tempo a disposizione: le passeggiate con lui durano tre volte tanto rispetto al normale, perché deve controllare e annusare ogni cosa. “Annusare, fare la pipì e spandere l’odore” è il suo mantra. Moltiplicatelo per 30, 40, 50 volte in un giro di mezz’ora e capirete i suoi ritmi.

Teo è anche un cacciatore. Negli anni ha acchiappato innumerevoli palline da tennis, lucertole, un’ape, lucciole, qualche uccellino. Quando è successo, in modo così rapido che nessuna azione sarebbe stato in grado di impedirlo, la caccia finiva di dargli gioia nel momento stesso in cui la portava a compimento. Di fronte al cadaverino, che non toccava né annusava, non mostrava la fierezza di aver realizzato un’impresa, né l’indifferenza annoiata dei gatti; restava attonito davanti al suo gesto e alla sua conseguenza, da solo si metteva in punizione, con le orecchie basse e gli occhi affranti. Aveva vinto l’istinto, aveva perso tutto il resto.

Teo attento osservatore di lucertole

Le lucertole sono ancora la sua grande passione, ma da tempo i suoi safari restano turistici, con tanta scena e poca resa, e le pronipoti dei dinosauri che vagano nel suo regno possono continuare a moltiplicarsi e a tenersi ben salda la coda. Pochi giorni fa, una si è messa ignara a camminargli sotto il naso; per sua fortuna, Teo non l’ha vista. I suoi occhi erano fissi sul suo grande, grandissimo amore.

Perché Teo è, anche, parte di un duo; e l’altra metà è Matteo, mio padre.

Teo raccontato da Matteo

Forse è il nome: per me e mia madre, dalla fantasia sempre accesa e galoppante, “Teo” sta per Teodoro (o meglio ancora Theodore) o Teobaldo, glossa perfetta per uno di quei ritratti austeri e fieri in stile Ottocento, tra giacche, mostrine e cupe campagne sullo sfondo, che ultimamente vanno di moda in chiave canina e che, per noi, sarebbero sempre stata la sua rappresentazione ideale.

Ma per mio padre Matteo, dall’inizio Teo è stato un omonimo e, quindi, già solo per questo, un’anima affine. Aggiungeteci l’attitudine, un incontro che doveva essere, un riconoscimento immediato. Aggiungeteci quello che volete, oppure nulla; che senso ha voler spiegare a tutti i costi l’amore?

Ora: mio padre non è una persona dalle grandi parole. Sono i fatti a parlare per lui, i gesti e gli sguardi. Quello che dice di Teo c’è, lo riporto qui sotto. Quello che sente per Teo, guardatelo nelle foto.

Il primo pensiero quando l’ho visto è stato: poveretto, e questo da dove arriva? Non me l’aspettavo. Però siamo andati subito d’accordo. Teo è un cane riservato, ma quando è il momento sa far valere le sue ragioni. A volte è un po’ imprevedibile, soprattutto con tua madre. Non ha paura di niente. È furbetto. Quando vuole le attenzioni non c’è verso di ignorarlo: inizia a toccarti la gamba e riprende non appena smetti di accarezzarlo. Potrebbe andare avanti così per ore”.

“Di solito la sua è una presenza silenziosa, quasi non te ne accorgi. Magari rimane chiuso per mezz’ora in cantina, dove ti ha seguito perché è curioso e dove è rimasto perché, preso dall’esplorazione, non si è reso conto che eri uscito, e non chiama, non si lamenta mai”. Quando te ne rendi conto e corri ad aprire la porta lo trovi lì che scodinzola felice, senza un verso, e ancora, dopo otto anni, non sappiamo se per rassegnazione o per fiducia, speranza e la certezza che ci siamo e torneremo da lui; torneremo per lui.

Quando si era svegliato dall’anestesia aveva cercato subito te, gli dico. Mio padre annuisce e sorride, ma non risponde. Io ero lì e mi ricorderò sempre quel giorno: Teo era a casa, si stava svegliando dall’anestesia totale per un intervento di routine. Gli occhi andavano ancora di qua e di là, ma avevano immediatamente cercato i suoi due punti fermi: la sua pallina da tennis (ai tempi ne aveva una selezione) e mio/suo papà. Aveva provato ad alzarsi per raggiungerli e le zampine non lo reggevano ancora, ma riusciva già a muovere la coda per comunicarci tutta la sua gioia di essere a casa.

“Ci sono stati tanti cani e ha ciascuno di loro ho voluto bene, ma con Teo è diverso. Se non lo guardo per un attimo, è già pronto a richiamarmi. Ci basta uno sguardo per capirci. È unico”.

Ogni tanto, più spesso in passato, mio papà sospirava citando uno dei due unici rimpianti dell’adozione di un cane adulto (l’altro, più forte, è non averlo fatto prima): “Chissà come doveva essere bello Teo da cucciolo” e di sicuro era così, con le orecchie dumbesche e gli occhi grandi. Anche adesso, che cominciano ad essere offuscati, i suoi occhi sono bellissimi e brillano della meraviglia di chi resta curioso, pronto a stupirsi della bellezza che ha attorno: la luce vitale che relativizza gli anni e l’età. Sconfiggerli non si può, ma si può accoglierli senza paura e senza astio, non arrendersi alla loro avanzata. È una delle basi di Progetto gOldies. È una di quelle cose che ci mantengono vivi.

Teo non si avvita più in aria tentando di prendere gli uccellini e le palline da tennis sono nascoste, per evitare troppa agitazione; i peli bianchi sul muso si sono moltiplicati sul petto, me ne sono resa conto poco fa, dopo il lungo limbo del lockdown che me l’ha fatto vedere per mesi solo attraverso lo schermo di uno smartphone. Ma continua ad abbaiare furioso ai temporali e a mandarli via ogni volta, tornando in casa con la coda a pennacchio e il sorriso di chi ha compiuto un’impresa. Mette sempre in riga Skid con mosse da ninja, fulminee e letali. Porta avanti il rituale di acchiapparsi la coda e di muoversi veloce come un derviscio prima della passeggiata giornaliera.

Come fosse da cucciolo non lo sapremo mai; come sia diventato, come diventerà, lo vediamo ogni giorno, lo viviamo ogni giorno.

Era un cane “non”. È diventato il nostro unico, amatissimo Teo.

2 risposte a "#7 Teo"

  1. Agnese ha detto:

    È un racconto bellissimo, dipinto sopratutto con amore. È bello sapere che dei cani sfortunati hanno trovato il porto in una famiglia amorevole e rispettosa. Complimenti davvero e lunga vita insieme

    Piace a 1 persona

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