Se avesse ricevuto un soldino per tutte le volte che, in questi anni, ci hanno detto: “Ma è il cane della Storia Infinita!”, Skid avrebbe guadagnato un tesoretto, ma non si sarebbe arricchito: avrebbe speso tutto in cibo e ne sarebbe stato felice.
D’altronde, lui felice lo è sempre: tanto che ha un nome ufficiale, Skid, uno ufficioso, Biancospino, e pure una sorta di cognome, o un epiteto quasi omerico, che bene descrive la sua gioia continua e smisurata: Cuorcontento.
E se pensate che, con una sfilza di appellativi così, potrebbe essere il protagonista magico di una favola meravigliosa, beh: non sarò io a smentirvi.

Questa è la storia di un cane che, sul libretto, nello spazio destinato alla razza, è indicato come “mix Australian Sheperd x Bergamasco” solo perché il primo veterinario che l’ha visitato (dopo il suo recupero e, probabilmente, in tutta la sua vita) non contemplava la dicitura Fortunadrago, e che, come data di nascita presunta, ha il 1 aprile, il giorno degli scherzi; dell’originale MendiCane®, nonché espertissimo, astutissimo e golosissimo ladro di cibo; del cane della mia vita.
Di chi sta dormendo aggrappato ai miei piedi mentre scrivo e mulina la coda per la felicità anche quando sogna; di chi non sente e sente tutto; di chi, da 9 anni esatti, per me è luce, motore perpetuo di felicità e parte incrollabile e gigantesca del mio cuore.

Raccontare Domitilla su questo blog è stato difficile, perché ha significato mettere nero su bianco qualcosa che faccio fatica ad accettare: una vecchiaia che è arrivata improvvisa e si sta dimostrando crudele. Poter scrivere di Skid, invece, è un sollievo: perché significa che il 1 aprile 2025 abbiamo festeggiato i suoi 10 anni, il traguardo simbolico dei gOldies. Un numero tutt’altro che scontato e a cui mi sono aggrappata per mesi, quando tutto sembrava perduto e la nostra vita insieme fragile come una casa in bilico sull’orlo di una frana.
Ma mai, mai perdere la speranza; mai smettere di credere. Avere la capacità di scriverlo e, soprattutto, di viverlo è solo uno degli incalcolabili doni che mi ha fatto e mi continua a fare.
La storia di Skid (detto Biancospino)
C’era una volta un cane sordino, bianchino e anche cozza, o colla, innamorato degli umani: un nasone rosa fluorescente e piccoli occhietti azzurri facevano perennemente capolino nel feed di Facebook attraverso i post dell’ASRI (l’Australian Sheperd Rescue Association), che l’aveva recuperato nel nulla della campagna bergamasca quando aveva 6 mesi.
Forse chi l’aveva abbandonato aveva giudicato inutile un cane che non ci sentiva per nulla, non ci vedeva un granché e aveva, ciononostante, una predisposizione notevole ad acchiappare galline e piccoli animali.
E dietro allo schermo da cui spuntava spesso quel naso rosa chewing-gum (che qualche tempo dopo gli fece guadagnare da zia Attilia il soprannome di “Il Gommo”), c’ero io.
C’è chi prova, a un certo punto della vita, un desiderio fortissimo e inarrestabile di qualcosa, che diventa una di quelle ossessioni che finiscono per fagocitare tutto il resto. A me è capitato nel 2016, con il bisogno di adottare un cane “tutto mio”.

L’incontro con Teo e Domitilla, miei fratelli a quattro zampe, mi aveva dato la certezza che senza un cane non sarei riuscita a stare. In quel periodo mi ero trasferita, lavoravo da sola in casa per gran parte della settimana e la mancanza di una coda in movimento mi divorava. Cercavo, condividevo e salvavo appelli, soprattutto di cani grossi, pelosi, adulti, pecoriformi e “Double Merle”, incroci tra genitori dal manto tricolore nelle cui cucciolate c’è almeno un piccolo su quattro che non sente, non vede o entrambe le cose (lo spiega molto bene Progetto WonderDogs, che a loro dedica gran parte del proprio impegno).
Dei “doppi merle” mi ero innamorata la prima volta che avevo messo piede in canile, a 17 anni, quando avevo incontrato due cuccioloni bianchi con qualche chiazza grigia, dinoccolati come puledri, attaccati alla porta della gabbia in gara di visibilità. Erano bellissimi, sordi e con un solo occhio (ceruleo) su quattro. Nello scenario delle campagne biellesi era la normalità vedere, tra le cucciolate continue di alcune cascine, pastorelli che sembravano quasi albini e che, ogni tanto, scomparivano nel nulla; un nulla che, da sempre sussurravano gli adulti, era spesso fatto di sacchi annodati e gettati in un fiume o di colpi di bastone ben assestati.

Quel giorno in canile scoprii che la nascita di cani “così” non era casuale, ma era evitabile, dovuta all’incuria, al menefreghismo, all’ignoranza e alla tracotanza di chi risolve con la violenza drastica e irreversibile la propria irresponsabilità. La causa erano gli umani e mi ripromisi che avrei provato a fare la mia parte nel rimediare. Quasi vent’anni dopo, ne stavo avendo la possibilità.
Un appello, in particolare, mi ritornava sempre sotto gli occhi: Skid, ça va sans dire.
Me lo vedevo spuntare sui Social e ogni volta che andavo sul sito di Bestiacce, un progetto bellissimo e mai abbastanza compianto, dove un lungo e accurato test portava come risultati gli annunci dei cani più compatibili tra centinaia in cerca di casa.
Ogni giorno lo facevo, a volte più volte al giorno, e il responso era sempre uno e uno solo: Skid, 100%, compatibilità totale.
Era la fine del dicembre 2016 quando presi il coraggio di mandare alle volontarie dell’ASRI il questionario con cui mi candidavo alla sua adozione.

Il 18 febbraio 2017 era una giornata di cielo azzurro e sole come questa in cui scrivo, 9 anni dopo.
620 km quasi no-stop da Torino a Modena a Torino e al centro, naturale come le cose che devono essere e straordinaria come le cose che devono essere, dopo video, foto, telefonate e messaggi scambiati con gli umani, la prima volta che ci siamo incontrati senza filtri, nel mondo reale.
Skid se ne stava seduto, dritto e candido come una betulla, in attesa come un soldatino, con la testa in su e gli occhietti socchiusi. Dopo un attimo mi saltava addosso prendendomi in bocca la mano e quell’entusiamo e quella impazienza gridavano di gioia: “Era ora, mamma! Io sapevo che saresti arrivata, ma ce ne hai messo di tempo ad arrivare! Dai, andiamo!“.

(C’è una cosa che pochissime persone sanno: qualche giorno dopo aver mandato la domanda di adozione rischiai di morire in un incidente aereo. Tra i pensieri che si accavallavano, mentre dall’oblò vedevo le rocce delle Alpi sempre più vicine, c’era che Skid non avrebbe mai saputo che la sua mamma, quella che le volontarie ASRI cercavano a ogni appello, esisteva, lo sognava e aspettava di incontrarlo. Poi, in qualche modo, tra preghiere, scene isteriche e imprecazioni, l’aereo sgangherato aveva ripreso quota e la strada verso casa (io per lui, lui per me) è proseguita. Perché, come per Domitilla e Teo, questa storia doveva essere scritta. Dal primo incontro con Skid ho avuto la consapevolezza che lui lo sapesse, che c’ero e che ci stavamo cercando).
Casa
Adesso, con esperienze in più e con un altro cane, farei in modo diverso; ma allora già i primissimi giorni insieme furono densi, pieni di incontri e scoperte. E ciò nonostante furono naturali: chiunque abbia conosciuto Skid subito dopo l’adozione (amici, nonni, Silvia di Ratatouille che lo paragonò a David Bowie e ci scattò una foto bellissima, colleghe) ha detto la stessa cosa: “Sembra che sia con voi da sempre”.

Il merito è stato in gran parte di Skid: della sua fiducia, una delle caratteristiche che lo rendono un Cuorcontento, dell’allegria che gli fa trovare, come occhiali magici, sempre il bello, della serenità che emana come un benefico drago dormiente.

Qualche settimana dopo il suo arrivo abbiamo vissuto un’esperienza orribile: dei malviventi sono entrati in casa a rubare. Quando ho visto il cancello aperto e le luci accese mi sono precipitata dentro come una furia, con incoscienza ma, più di tutto, col terrore che gli avessero fatto qualcosa. In mezzo al caos di cassetti rovesciati, oggetti buttati a terra, borse svuotate, lui era acciambellato sul divano con gli occhi chiusi (il suo modo, da cane sordo, di evitare la realtà che non gli piace) e quando mi ha visto si è messo a farmi feste come se non fosse successo niente, anche se di paura, abbiamo scoperto da piccole cose, ne aveva avuta tanta, degli sconosciuti e della torcia che sicuramente avevano puntato nei suoi delicati occhi di cristallo.


Quella notte abbiamo dormito vicini, come avremmo poi sempre fatto in caso di difficoltà, per me o per lui; fonte di quiete reciproca o, come cantarono anni dopo, “il mio cuscino dalla giusta parte”.
Vicini “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”; un legame che non ha bisogno di un celebrante per essere indissolubile, anche se qualcosa di simile a un’investitura c’è stata.
Un anno dopo quel 18 febbraio c’è stato l’incontro con l’educatrice per il via libero definitivo: dall’affidamento all’adozione. L’ho caricato in macchina, nella vecchia Opel rossa che tanto amava (ho sempre pensato che fosse anche perché era il “mezzo magico” con cui è arrivato), e ce ne siamo andati fino ad Alessandria. Il commento dell’educatrice dopo averci osservati è stata una frase che mi si è incisa nel cuore e mi fa piangere ancora, ogni volta che ci penso: “Basta guardarvi per capire che tu, per lui, sei oggetto di valore assoluto”.

Era ufficiale quello che tutti sapevamo: Skid era “mio”, come io ero sua. Mamma, compagna, vita.
Quello che so sull’amore
“Buono come Skid c’è solo Skid” dice la nonna. Se il buonumore, la gioia di vivere e l’amore verso il prossimo (“uno sconosciuto è solo un futuro amico”) fossero un cane, sarebbero lui.
In piedi con le zampone sul bancone della farmacia in attesa del “bombo”, il biscottino che gli viene sempre offerto con reciproca gioia e soddisfazione, seduto al bar col naso ad altezza brioche, a dispensare feste e code ad alta velocità. “Ciao Biancospino!” è la frase che sento più spesso quando andiamo in giro a arriva da tante belle persone che, senza il suo intervento, non avrei mai incontrato (già da subito, con Roberta a Modena e Ba sul web, ha avuto quest’altra capacità: portare nella mia vita persone care. Il buono calamita il buono).




In nove anni di passeggiate, tremila volte almeno che siamo usciti insieme, abbiamo conosciuto ogni strada di questo paese, che io all’inizio mal sopportavo e a cui pian piano mi sono affezionata perché non c’è angolo che non abbia accolto le mie scarpe di fianco alle sue zampe.
Nei nostri giri l’hanno definito infinite volte il Fortunadrago, leone bianco (ah, gli occhi spalancati di quel bambino che si continuava a voltare mentre il padre lo spingeva per proseguire. “Ma è un leone, papà! C’è un leone!”), orso polare, pecora. “È una pecora col codino!” ha detto di recente la ragazza della tabaccheria, senza riuscire a smettere di ridere. Perché Skid ha questo potere: è praticamente impossibile, per chi lo incontra, non sorridere e sperimentare almeno un sorso di felicità e di meraviglia.


(Quando ho citato la “pecoritudine” tra le caratteristiche che cercavo nei cani da adottare mi è venuta in mente una cosa. Quand’ero bambina ero andata con i miei genitori alla Fiera di San Savino a Ivrea. A un certo punto mi ero infilata in una stradina e avevo visto uno spettacolo unico: una donna portava a spasso una pecora, una pecora vera, al guinzaglio. Io ne rimasi estasiata, perché già allora le pecore erano tra i miei animali preferiti – un motivo lo raccontai qui. Cercai i miei genitori, ma nel tempo in cui feci ritorno la donna e la pecora erano scomparse, senza lasciare altra traccia che la mia meraviglia. A volte mi chiedo se non avessi visto un pezzetto di futuro e quella coppia non fossimo, in realtà, Skid e io)
Skid è il mio promemoria che attorno a noi c’è tanta meraviglia, se solo la si cerca. Passeggiando una sera lungo le strade rese vivaci dalla festa di paese, per lunghi minuti era rimasto incantato di fronte a ballerine che facevano volteggiare abiti vaporosi, come una bimba di fronte alle fate. Qualche settimana fa, rientrando dalla pipì serale, si è accorto delle nuove luci sul balcone e se n’è stato a fissarle estasiato.
Di quando Biancospino scoprì le stelle ne ho scritto qui, uno dei meravigliosi, preziosi momenti che mi ha dato e che hanno cosparso di polvere magica la stanchezza dei primi mesi da mamma, a partire dal ritorno a casa dopo una settimana di ospedale: mentre i cagnolini e gli umani si affollavano attorno alla nuova arrivata, lui, che per ogni giorno e ogni notte di quella separazione non si era dato pace, passò dalla speranza alla gioia senza limiti quando, ultimo in fila, si accorse che ero tornata. Su due zampe, con i piedoni sulle mie spalle, mi guardò con occhi che così pieni d’amore non avevo mai visto. Casa, ovunque fosse purché fossimo noi.


Con Skid ho vissuto ogni momento dell’attesa di Sofia. Era dietro la porta ad aspettare l’esito del test. Era sulla mia pancia il pomeriggio di quello stesso giorno, steso sulle mie gambe come una coperta e con la testa appoggiata sulla mia pancia, come non si era mai messo prima, a guardarmi con un’espressione attenta e serena che mi ha fatto capire: andrà tutto bene. Sofia aveva già un fratellone fortunadrago che l’avrebbe protetta sempre.
Siamo andati in giro lui, io e la bimba che cresceva nella pancia, fino a pochissime settimane prima del parto. Immagino che facesse un certo effetto, vedere una donna col pancione, zoppicante per il mal di schiena, con al guinzaglio un grosso cane che procedeva con l’entusiasmo e l’energia di un cucciolo di yeti. “Fai attenzione”, dicevano o pensavano: ma io sapevo di essere al sicuro.

Non ho mai avuto dubbi di essere al sicuro con Skid al mio fianco. E non perché sia un campione di coraggio, benché sia il temerario e imbattibile “Cacciatore di Babau”, che ogni notte si precipita fuori tenendo lontano, col suo vocione, ogni mostro. Neanch’io lo sono: quando andiamo in giro tardi e finiamo in zone deserte e buie, dove le uniche luci sono la torcia del telefono e il suo mantello bianco perla, mi chiedo chi me lo fa fare, ma poi penso a lui, che è fifone come Scooby Doo e ciononostante non rinuncia ad andare; e così, mentre sorrido, attraversiamo il buio, ne veniamo fuori.

Abbiamo continuato ad andare in giro in tre, quando Sofia è nata. La prima uscita: una neonata abbozzolata in carrozzella, una persona che stava cercando di rimettersi in sesto e di imparare a fare la mamma, un cagnone che doveva adeguarsi a un nuovo passo e un nuovo ingombro. Uscire dal cancello, che impresa: guinzaglio di qua, no, di là, spinta alla carrozzina, “Skid fermo, ci ribaltiamo!”.
Ma abbiamo trovato il nostro ritmo, un equilibrio nuovo. La carrozzina, poi il passeggino vista mamma, poi il passeggino vista mondo; occhi chiusi, occhi curiosi; il guinzaglio che passa di mano, stretto tra piccole dita.
Quante passeggiate insieme e quanta bellezza in quelle mattine, che allora mi sembravano normali e adesso, nel ricordo, risplendono straordinarie come le vedevano gli altri. Una signora sconosciuta si era fermata solo per dirci: “Siete una splendida famiglia!”. Ancora adesso un signore coi baffi non perde occasione per raccontarmi che si ricorda di noi tre in giro insieme come uno degli spettacoli più commoventi che abbia visto.
A volte mi capita di passare in macchina dalle strade che percorrevamo in quelle lunghissime passeggiate e, per un attimo, ne compare l’eco, uno sfasamento, come se mi vedessi nello stesso modo in cui tanti ci avranno visti dal finestrino dell’auto o del treno: perché tanta bellezza e tanta felicità non possono scomparire nel nulla, non possono perdersi come lacrime nella pioggia; così tanto amore non può dissolversi, cambia per sempre quello che ha toccato e, in qualche modo, una traccia rimane.

- Non rimandare le occasioni di gioia
- Nessun cibo è troppo in altro per provare a prenderlo
- Essere coraggioso per chi ami e non aver paura di mostrare le tue debolezze
- Far sentire amate e importanti
- Insisti
- Sii te stesso (e sarai indimenticabile)
- Stai vicino a chi ha bisogno
- Nel dubbio, scodinzola!
Non spetta ai buoni
L’elenco delle cose che piacciono a Skid tende all’infinito.
Giochi: nascondino e acchiapparella.
Coccole: grattaculo.

Piante: ortensia e rosmarino (sotto cui nascondersi e scavare).








Cibo: tanto! Persone: tutte!
Cani: tutti, anche se l’amore purtroppo non è reciproco. Negli anni e negli incontri mi sono resa conto che molti percepiscono la sua “diversità” e la temono, come l’entusiasmo improvviso dopo l’indifferenza iniziale (non è indifferenza: è che non si accorge), come il suo modo di avvicinarsi troppo con i suoi occhietti di ghiaccio. E anche i cani, verso quello che temono, diventano aggressivi.
Ho faticato a trovare un equilibrio tra il suo diritto a conoscere e il mio dovere di proteggerlo, spesso da piccoli cani lasciati liberi che vorrebbero dargli il tormento come facevano le mostruose creaturine mordaci che i goblin usavano per bullizzare Ludo in Labyrinth (d’altronde Teo era Sir Didymus, Skid è il grosso, peloso, tenero Ludo).
All’inizio pensavo fosse Skid a essere troppo buono, ma vivere insieme a lui mi ha fatto capire che non è compito dei buoni indurirsi per rispondere alle asperità della vita (o, detto in modo meno poetico, diventare cattivi per tenere testa ai cattivi). Non è, ma quanto migliore sarebbe un mondo dove essere sempre, totalmente e puramente buoni non è una colpa o un torto da riparare, creandosi una corazza di metallo e spine, ma qualcosa da proteggere e da ringraziare.
La risposta non è chiedere ai buoni di incattivirsi, non spetta a loro rinunciare alla purezza per adeguarsi a una massa che spinge e che strilla; lavorare per preservare quella bontà, perché il resto del mondo impari a essere meno cattivo: quella è l’unica risposta sensata.
A ogni attacco di emicrania in cui se n’è stato appiccicato al mio fianco, senza uscire nemmeno per fare pipì, Skid mi ha mostrato che esserci è cura; mi ha insegnato che nessun cibo è troppo in alto per non fare almeno un tentativo di afferrarlo, che la gioia non va rimandata e che non bisogna mai aver paura né di prenderla, né di dispensarla ogni volta che si può, senza chiedere nulla in cambio. Scodinzoli a uno sconosciuto e quello non ti guarda? Pazienza! Nel dubbio, tu scodinzola.
Sono poche le persone che, di fronte a questo Muppet entusiasta, non si fermano per coccolarlo, per dirmi che è bellissimo e per chiedermi di lui, prima di ripartire col sorriso.
Nel dubbio, tu scodinzola: l’ha fatto anche nel corridoio dell’ambulatorio, la mattina che ci ha cambiato la vita. L’8/8/2024.
8/8/2024
Era iniziato con una tosse strana, meno fame e più stanchezza; ma c’era un caldo, in quell’estate, che mozzava l’energia di chiunque.
Le analisi del sangue erano perfette, gli esami di routine non avevano evidenziato niente di strano. La cura per una sospetta faringite sembrava funzionare. Forse quei pensieri molesti, che proprio non riuscivo a scacciare nonostante le rassicurazioni, erano solo un prodotto della mia ansia.
Però poi la tosse riprese, col respiro che inciampava e quei versi “da anatra” che chiunque ci sia passato riconoscerà.
La notte prima del viaggio verso la clinica, come dimenticarla. Skid non riusciva a trovare riposo e io con lui. Sofia, che non aveva ancora 3 anni, gli si stese a fianco e iniziò ad accarezzarlo per tranquilizzarlo. Nell’ombra azzurrognola della stanza rimanemmo lì, in attesa, aggrappati gli uni agli altri come naufraghi su una zattera incerta.


Il veterinario stavolta capì subito che c’era qualcosa di serio. Dalla prima ecografia uscì un esito terrorizzante: macchie scure su cuore e polmoni. Venne chiamata la cardiologa. Io e mio padre, che mi aveva accompagnato, stavamo fuori ad aspettarla. Nel giardino era un tempo sospeso. Io ero seduta per terra, di fianco a Skid, che se ne stava immobile come una sfinge, di colpo tranquillo, senza tosse.
Ero solo riuscita a digitare due messaggi per avvisare cosa stava succedendo mentre i ricordi dei nostri anni mi rimbalzavano in testa, mi mozzavano il respiro e mi annebbiavano gli occhi di lacrime.
Continuavo a pensare che non sarei riuscita a mantenere la promessa che gli avevo fatto: tempo solo nostro, con l’inizio dell’asilo di Sofia, ogni giorno una lunga passeggiata solo per noi. Di tutti i pensieri e le mancanze future, irrazionalmente quella mi sembrava la più intollerabile.
Una coppia anziana, con un cagnolino altrettanto anziano, era passata davanti a noi per entrare dal veterinario. “Com’è bello!” mi aveva detto la signora indicando Skid e io non ero riuscita a rispondere niente; aveva capito subito, dalla mia faccia, che andava male, un male senza speranze. “Non va..?” si era risposta, mentre io annuivo e piangevo, piangevo senza riuscire a fare nient’altro. “Un cane così bello…” si erano rattristati anche loro, che non lo avevano mai visto prima e che non potevano sapere, oltre che bello, chi altro, quanto altro fosse.
L’unico, l’inimitabile Skid Biancospino Cuorcontento, che pure lì, nel corridoio della clinica, col Coniglio Nero di Inlè a una zampa di distanza, aveva scodinzolato a una perfetta sconosciuta perché ogni incontro, per lui, anche in quel momento tragico, era gioia di cui essere grato e chiunque, anche in quelle circostanze, un potenziale nuovo amico.
Se quei signori in qualche modo leggeranno queste righe, vorrei dire loro due cose: grazie per quella gentilezza delicata, e che ce l’abbiamo fatta, che non è finita lì, quell’8/8/2024.
Perché la cardiologa è arrivata, ha visitato e analizzato; ha visto che le macchie erano acqua, non masse; e, dopo ore, siamo usciti con una diagnosi spaventosa, una lista interminabile di medicine (11 e mezza le pastiglie quotidiane, una beffa per un cane che ha sempre odiato prendere anche solo una compressa al mese contro la filaria); ma siamo usciti, con la possibilità e la speranza di una cura, vivi, insieme. Se penso a un momento in cui la mia vita è stata inondata dalla gratitudine, è quello lì.
Ero sicura di avergli tenuto la mano sulla zampa per tutto il tempo in cui ero stata seduta per terra di fianco a lui; solo giorni dopo, quando ho riguardato le foto che avevo fatto durante quell’attesa, pensando che sarebbero state le ultime, mi sono accorta che era il suo piedone sopra la mia mano, a tenerla per consolarmi, per fare forza a me.

Dopo
Se l’alternativa è niente, qualcosa ti sembra tutto. Quando pensi che sia arrivato il tempo dell’addio, ogni cosa che lo rimanda è un dono; è, in qualche modo, bella. I primi giorni dopo la diagnosi sono stati così. Dopo, è arrivata la paura.
Cercavo compulsivamente ogni informazione sulla patologia, le terapie, cosa fare per il meglio. Solo una cosa mi ero imposta di non leggere: l’aspettativa di vita. Però una notte, a bruciapelo, nella pagina di ricerca di Google sotto gli occhi mi era finita la risposta breve alla domanda che non volevo fare.
Un anno.
In quel momento sono finita in una clessidra dove cercavo di stare in equilibrio tenendomi alle pareti di vetro, mentre Skid era sabbia che scorreva e scendeva senza poter essere fermata.
Ho conosciuto il lutto anticipatorio prima di sapere che esistesse e cosa fosse: un misto di angoscia, rabbia e tristezza che pervade ogni gesto, che al posto del “possiamo farlo ancora” grida “non potremo farlo più”. Non riuscivo a pensare con serenità alle ricorrenze, anche quelle più vicine: ci sarà quando Sofia festeggerà i 4 anni? A Natale faremo l’albero insieme? Il 25 gennaio, il mio compleanno..? Non riuscivo a programmare, non volevo festeggiare, perché non volevo vedere un futuro dove Skid poteva non esserci.
I primi dodici mesi dopo la diagnosi pensavo in continuazione a quanto sarebbe stato insensato il Mondo senza Skid, a quanto avrebbe perso. A come la bilancia si sarebbe spostata verso qualcosa che non volevo vivere. Ogni giorno e ogni notte ho sperimentato l”anticipatory grief”, piangendo una perdita che non c’era (ma sentivo più reale del vero) e dimenticandomi di vivere il momento, ignorando tutto quello che Skid stesso mi aveva sempre mostrato e mi stava mostrando ancora: la fame per la vita.
Se rileggo la bozza che avevo iniziato per Progetto gOldies quasi un anno fa, tutto era orientato alla perdita e al rimpianto. In quel periodo ho realizzato video di ogni cosa.
Il modo di scodinzolare, di salire le scale, di sognare. Come cammina e si volta a guardarmi. I giochi, gli scavi infiniti sotto il rosmarino. La prima volta che abbiamo oltrepassato l’ingresso del parco cittadino, che nel “prima” era l’avvio delle nostre lunghe passeggiate e nel “dopo” era diventato un confine che sarebbe stato di imperdonabile tracotanza oltrepassare.
Un giorno mi ha fatto capire che voleva andare avanti, uno dei giri che eravamo abituati a fare quando il cuore era solo “contento” e non un malato da controllare. Ho scattato una foto come se avessimo raggiunto la cima di una montagna. In quel momento mi si è illuminato un pensiero, per me anomalo: non importava se avremmo ancora fatto quella strada, se sarebbe stata un’eccezione (come, in effetti, è stato) o se sarebbe diventata la regola. In quel momento ce l’avevamo fatta. Qualcosa stava cambiando.
Poi è arrivata l’estate, il momento che mi terrorizzava perché sapevo che per la sua patologia il caldo è devastante. E, infatti, non è stato facile. Giornate intere chiusi in casa, con le finestre oscurate e l’aria condizionata. Le vacanze al mare, con Skid dai nonni e migliaia di raccomandazioni, mentre calcolavo i tempi e i percorsi per precipitarmi a casa in caso di emergenza.
Ma abbiamo passato anche questo e siamo arrivati alla visita di controllo, un anno esatto dopo la diagnosi. Non solo non c’era stato un peggioramento, ma anche un lieve miglioramento, E mentre la cardiologa me lo diceva, succedeva una cosa strana: dalla clessidra se ne andava l’ultimo granello, ma insieme se ne andava anche la paura, il vetro si frantumava ed ero libera di tornare a vivere, insieme a lui.

È paradossale, lo so: con un anno (ora un anno e mezzo) in più, di malattia e di medicine, un’età che per un cane di grossa taglia inizia a presentare conti, il tempo che indifferente va avanti, le preoccupazioni avrebbero più ragione d’esserci adesso che prima. Ma le tiene a bada qualcosa di più importante: Skid c’è ancora, ci siamo ancora: per quanto non si sa, ma chi lo sa? Nessuno, perché tutti siamo limitati. Abbiamo la fine incisa sopra fin dalla nascita, siamo insignificanti, nella prospettiva dell’eternità, e pure nell’amore sperimentiamo l’infinito, e per qualcuno riusciamo a significare tutto; a essere eternità.
Durante una visita avevo chiesto alla Cardiologa se potevamo continuare ad uscire in passeggiata – domanda un po’ retorica, perché di quella gioia non l’avrei privato; ma l’avrei limitata, questo sì.
“Forse, se rimanesse sempre immobile senza nessuno sforzo, potrebbe vivere qualche giorno in più; ma che giorno sarebbe?” mi aveva risposto.
Non un giorno come quelli che stiamo vivendo. Ognuno memorabile, ognuno fortunato perché siamo qui, l’una per l’altro, il memento di quanta gioia possiamo ancora nutrirci, di quanta bellezza, di quanta vita: non le cancella una diagnosi, non le neutralizzano le medicine, così come la sordità di Skid non gli ha mai impedito di capire ogni mia parola, detta o non detta, gridata o temuta, lasciata a intiepidire nel cuore per la paura di tirarla fuori. Le ha sentite e comprese tutte; un cane nato sordo mi ha regalato la consapevolezza che non c’è bisogno di orecchie funzionanti quando il cuore è all’ascolto.
“Poverino…” lo dice solo chi non lo conosce e viene a sapere che è sordo, o malato. Skid è gioia di vivere, è speranza, è casa, è regali.
Presenti
Skid mi ha donato la pioggia, perché ciò che si è bagnato può tornare asciutto, ma quello che si è perduto per paura di bagnarsi (gli odori, i riflessi, i sorrisi che le persone ti rivolgono da sotto l’ombrello non perché pensino che siate pazzi, ma perché sanno che siate felici) non potrà essere recuperato.

Mi ha regalato il senso di scritti che sapevo parafrasare e che ora so vivere:
Ti abbia affidato Giove molti inverni
o ultimo questo, che affatica il Mar dei Tirreni contro gli scogli:
Sii saggia, filtra vini, tronca lunghe speranze per la vita breve.
Parliamo, e intanto fugge l’astioso tempo:
cogli l’oggi, credi al domani quanto meno puoi.
Perché più di tutto, più di tutti, Skid mi ha donato il presente, in ogni sua forma.
Come presenza: sempre, senza eccezioni, senza paure, polare come orso e come stella.
Presente come regalo: lo è, immenso, ogni giorno insieme. Non è un caso che una delle mie frasi del cuore sia stata usata dalla mia amica Annamaria quando ha saputo della malattia:

Presente come adesso, l’unico tempo che abbiamo da vivere: qualcosa che mi era sempre sfuggito prima, un po’ smarrita tra il rimuginio sul passato e l’ansia per il futuro, che ti contendono e ti fanno oscillare, portandoti via anche da te, dal fatto reale e concreto che siamo qui, ora, che siamo vivi, che siamo; dalla consapevolezza che siamo qui, adesso, effimeri e in qualche modo, per qualcuno, per sempre.
Non c’è ringraziamento migliore, per i migliori insegnanti, di mettere in pratica quello che per merito loro abbiamo imparato.
Skid mi ha insegnato a riconoscere, in ogni giorno che passiamo insieme, non un pezzo di futuro che viene eroso, ma un privilegio. Scorre, come tutti noi scorriamo; diventerà un ricordo forte e lucente, sarà un dono da custodire per sempre ma, intanto, adesso, ciò che possiamo fare, che dobbiamo fare, è viverlo, nel presente.

Non rimando più una passeggiata perché fa troppo freddo o è troppo buio; quando mi chiede di giocare mi alzo dalla sedia per uscire fuori a rincorrerlo; se vuole carezze, lo accarezzo, per il tempo che vuole e un po’ di più.
Se riconosco il presente e la sua preziosità è solo perché me l’ha insegnato lui. Insieme alla gioia, alla delicatezza, all’amore; anche a diventare la parte più bella di me. Quella che lui trova sempre quando non la vedo neanch’io, o forse ha plasmato a sua immagine.
Non sarò mai come mi vede lui, così come non riuscirò mai a dargli indietro altrettanto, perché i doni che mi ha fatto con la sua presenza sono troppo grandi per una semplice umana.
Non riuscirò a mantenere vivi in Sofia tutti i ricordi di questi anni con un fratello unico al mondo: come la sua terza parola, dopo mamma e papà, sia stata “Sin”, come abbia iniziato a gattonare per raggiungerlo, come sia stato l’unico a riuscire a farla dormire accoccolandosi nel suo lettino in una notte agitata.

Le due di notte con una neonata in braccio e la tv, tenuta accesa nella paura di addormentarmi, che parlava di un mondo in guerra: e Biancospino che mi dormiva sulle gambe stringendomi i piedi, la promessa di un appiglio che non sarebbe mai mancato anche nella più buia delle notti.
Non riuscirò a ridargli la sua allegria, la sua bontà, la sua magia. Ma c’è una cosa che sì, spero di riuscire a dimostrargli ogni giorno, in questa vita e in qualunque altra dimensione ci sia concesso di vivere, purché insieme: che sempre è stato, e sempre sarà, il mio oggetto di valore assoluto.


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