(racconto vincitore del Dog Film Festival 2021)

A Teo, mio fratello con la coda (2006? – 23/10/2025)


Nella mia seconda vita mi chiamavo Cagnaccio. 

Mi chiamavano Cagnaccio, a dire il vero; ma così tante volte, a voce così alta, che ho finito presto  per credere che quello fosse il mio nome e che quello fossi io. 

“Vai via da lì, Cagnaccio!” e giù un colpo di scopa. “Hai pisciato di nuovo, Cagnaccio” e stavolta  era un giornale arrotolato. È stato lì, a due mesi, che ho imparato che tutto può far male, se chi lo  usa vuole farlo. 

Allora provavo a spegnermi. Ogni muscolo diventava acciaio, duro e immobile; gli occhi erano  fissi e non vedevano più. In quei momenti mi venivano in mente dei ricordi a tradimento, di un  posto che sapeva di fieno, di mille meraviglie da esplorare e di me, tanti me, quanti erano i miei  fratelli e la mia mamma. Allora i colpi non facevano paura, erano giochi di lotte, misure di  esplorazione sbagliate che terminavano con una nasata o i tocchi, dolci e autorevoli, di mia  madre.  

Ma era stata un’altra vita, la prima, e ora non c’era più niente, non aveva lasciato niente, a parte  ricordi che facevano male. Allora li scacciavo ringhiando, come fantasmi beffardi, prima di tornare  al presente, tutto ciò che avevo. 

E cosa avevo? Due padroni, che mi avevano preso perché volevano qualcosa per far giocare i  nipotini e io ero così piccolo, all’inizio, così buffo e così economico, anche, perché lì dove ero nato  mi avevano dato via gratis, me e i miei fratelli, perché loro volevano solo sbarazzarsi presto di noi  e il dolore della mamma nel vederci andar via non aveva un prezzo nella loro valuta corrente.  

Avevo un cortile dove stare e addirittura una tettoia in lamiera sotto cui mettermi quando pioveva.  Avevo acqua, qualche volta, e qualche volta del cibo.  

Avevo una porta sempre chiusa davanti a cui sospirare; piangere no, non più, perché la prima  sera l’avevo fatto, quando avevo sentito in fondo alla gola quel gusto acido e sconosciuto che gli  umani chiamano “solitudine”, chiamano “disperazione”, ed erano arrivati il primo colpo di scopa e  il primo “Sta’ zitto, Cagnaccio!”.  

Avevo occhi severi addosso quando arrivavano i nipotini e allora non potevo saltare troppo  perché li avrei fatti cadere, ma non dovevo saltare poco perché non li avrei fatti divertire, e non  dovevo abbaiare, non dovevo protestare, non dovevo mostrare i denti quando mi tiravano le  orecchie e la coda. Però, qualche volta, lo facevo lo stesso e l’ultima me la ricordo, perché non  c’è neanche stato il colpo che mi aspettavo, ma mi hanno caricato in macchina prendendomi per  il collo e l’uomo ha iniziato a guidare. Capivo che stava per succedere qualcosa e pensavo che  sarebbe stato qualcosa di brutto, perché riuscivo a immaginare solo quello. Allora aspettavo, nel  buio del bagagliaio, e insieme non aspettavo, perché che attesa è se non scorgi almeno una  fiammella di speranza, alla fine del viaggio che stai facendo? Al massimo è rassegnazione.  

Non speravo, ma avevo paura: perché la paura arriva prima, non è elaborazione di un pensiero ma  è istinto di sopravvivenza e il mio diceva “Scappa, Cagnaccio!”, ma non c’era posto in cui sarei  potuto andare, in cui avrei saputo andare. E allora mi diceva anche “Resta, Cagnaccio!”, stai lì 

acquattato, non uggiolare, non respirare. Diventa il bagagliaio, diventa trasparente. Diventa tutto,  meno che te.  

Alla fine, la macchina si è fermata. L’uomo è sceso, ha aperto lo sportello e mi ha buttato giù. Poi  si è guardato attorno, è salito in auto ed è ripartito veloce come se lo inseguissero i lupi. Ma lo  seguivo solo io, solo Cagnaccio, e non chiedetemi perché, perché me lo chiedo anch’io. Quella  vita faceva schifo, ma era l’unica che conoscevo e che avevo; ora, non avevo neanche più quella.  Non avevo niente. Per questo correvo, per riafferrarla, ma la macchina andava troppo veloce per i  miei 20 centimetri di zampe e anche per la mia disperazione.  

Allora mi sono fermato, con le auto e quei mostri giganteschi che chiamate tir, e che non avevo  mai visto prima, che mi facevano volare peli e orecchie al loro passaggio, così veloci e così vicini  com’erano. Qualcuno suonava, qualcuno rallentava, qualcuno accelerava. Non mi importava nulla  di nessuno di loro. Sono tornato indietro fino al punto in cui la macchina si era fermata e per un  po’ ho spiato il traffico, quella mandria metallica e inarrestabile che andava, andava e andava. Ho  chiuso gli occhi e mi sono addormentato.  

“Guarda che ne hanno abbandonato un altro sulla Torino-Milano, prima del casello di  Rondissone” diceva qualcuno. “Manda quelli del canile prima che ci scappi un incidente”.  “Che sogno strano è questo, fatto di parole nuove”, pensavo io, ma non era un sogno. Era un  uomo sconosciuto che parlava con persone che non vedevo e che presto sarebbero venute a  prendermi, con un furgone bianco, destinazione rifugio per animali e vita n° 3. 

E non era neanche male, ve lo dico subito. Avevo un nome nuovo, Teo, e i volontari lo  pronunciavano con voce gentile. Il cibo arrivava sempre, le botte mai e, una volta alla settimana,  mi mettevano il guinzaglio e mi portavano nel posto più bello del mondo: un prato lunghissimo  con un cesto di palle da tennis. Se avessi potuto far avverare un desiderio, avrei chiesto di  bloccare l’attimo e di farmi passare la vita a correre dietro a quelle sfere mangiucchiate. Invece,  dopo un tempo sempre troppo breve, mi rimettevano il guinzaglio e mi riportavano in gabbia. E  presto arrivava la notte. 

In canile accade un fenomeno strano: siamo in tanti e siamo soli. 200 cani e 200 storie. A volte  qualcuno le ululava alla luna e, così, le sentivamo anche noi. 

C’eravamo noi dell’A4, lasciati in autostrada, tutti prima del casello perché non c’erano  telecamere a controllare e non c’erano pedaggi da pagare. Mica li valevamo, noi, quei soldi. C’erano i resi, quelli che erano stati riportati indietro dopo pochi giorni o qualche anno; più lungo  era stato il tempo passato insieme, più lugubre diventava il loro lamento. 

C’erano quelli che erano diventati vecchi e malati ed erano stati sostituiti da un modello nuovo.  C’erano quelli che erano diventati vecchi e malati, ma i loro umani di più e prima di loro, e quelle  grandi storie d’amore “finché morte non vi separi” erano finite così. Di tutti i pianti notturni che  rimbalzavano tra le sbarre del canile, i loro erano i più disperati, perché erano intessuti di ricordi,  carezze e nostalgia. Quando li ascoltavo, mi sentivo fortunato a non averli provati sulla mia pelle, 

perché una scopa sulla schiena fa male, ma quanto male può fare una pelliccia d’amore che ti  viene strappata di dosso quando non te l’aspetti? Ho imparato quanto forte possa essere l’amore  sentendo il dolore di chi ne era stata privato.  

La notte finiva, finivano le storie e iniziavano le nostre giornate tutte uguali. Volontari-cibo-pulizia.  A volte entrava un visitatore e la regola diceva: abbaiate, abbaiate tutti insieme! E io mi univo al  coro. Non che mi interessasse più di tanto, ma le regole sono regole e io eseguivo il mio compito.  E osservavo chi ci osservava: i meditabondi, i sicuri, i dubbiosi, i perditempo. A volte qualcuno si  fermava davanti a una gabbia, la porta si apriva e chi era dentro non tornava più, ma se ne  andava scodinzolando senza voltarsi indietro. Quella gabbia non era mai la mia. 

È stato lì che ho imparato che ero sempre troppo o troppo poco

Troppo poco cucciolo.  

Troppo peloso.  

Troppo piccolo per fare la guardia.  

Troppo grande per stare in borsetta.  

Troppo marrone.  

Troppo poco disperato, ma anche troppo poco festoso quando qualcuno entrava in canile.  Troppo poco speciale.  

Allora voleva dire che io, Teo o Cagnaccio, ero lì, da qualche parte, tra quei limiti e quelle  esagerazioni, ma non mi trovavo mai e nessuno mi trovava. Avevo sperato di essere trasparente e  lo ero diventato per davvero. 

Poi, una volta, è successo anche a me. Dal cancello era entrato un uomo di mezza età.  Camminava velocemente, non aveva tempo da perdere. Voleva un cane da portare a casa, perché  il suo era morto e una famiglia deve averne uno – un cane qualunque. E, mentre lo diceva, il suo  sguardo cadde sulla mia gabbia. “Un cane qualunque, come quello lì”. Allora lasciai il canile, tra  l’abbaiare festoso di chi leggeva una speranza e quello rabbioso di chi vedeva sfumare  un’opportunità, e iniziai la mia quarta vita – la più breve di tutti.  

Stavolta avevo una cuccia e un cuscino; sapevano di un alto cane, ma erano morbidi e  accoglienti. Avevo un padrone e una padrona, che ogni volta mi chiamava col nome sbagliato,  quello del cane che non c’era più, e che pensava che fossi come lui. E questo a volte andava  bene, come quando mi portava i suoi biscotti preferiti o mi lasciava salire sul divano; ma a volte  andava male, come quando mi teneva immobile per mettermi un fiocchetto o mi voleva prendere  in braccio ad ogni costo. Io provavo a farle capire che non mi piaceva, che mi faceva paura quel  senso di essere in trappola; ma lei non mi dava retta. Ero ancora trasparente e in quel vuoto erano  tornati i fantasmi, quelli che nei sogni sapevo mandare via solo ringhiando. E allora perché no, mi sono detto, perché non provavo a scacciarli così anche quando ero sveglio? Così, un giorno, quel  ringhio me lo sono portato dietro nella realtà e l’ho fatto sentire per bene alla padrona. Era la  prima volta. Per un attimo è indietreggiata, poi si è fatta sotto con un giornale arrotolato e io le ho  mostrato i denti.  

Quella sera stessa, nove giorni dopo essere uscito dal canile, ci sono tornato. Troppo poco  speciale, ne ero sempre più convinto anch’io, e con la medaglia al disonore di “cane con problemi  di aggressività”.  

Nella mia quinta vita mi hanno fatto castrare, pensando che, magari, sarei diventato “più bravo”,  qualunque cosa volesse dire. E, al ritorno dalla clinica, mi hanno messo in gabbia con una  cagnolina arrivata da poco, mentre io non c’ero. Si chiamava Domitilla, aveva sei mesi ed era  sempre allegra. I volontari erano tutti innamorati di lei. “Vedrai che andrà via subito!” dicevano  ogni volta. Ma i mesi passavano e restava lì con me.  

Ora: a voi sembrerò egoista, ma io ero contento. Domitilla mi piaceva, e questo non era strano: lei  piaceva a tutti, cani e umani. Ma io piacevo a lei e questo sì che era strano, nuovo e bello.  Dormivamo vicini e anche le storie ululate dai nostri vicini di cella non sembravano più cori tragici  evocatori di incubi, ma racconti con potenziali lieti fine che ci traghettavano verso sonni sereni. 

Il giorno in cui è entrata La Ragazza, me ne sono accorto da lontano: non vedevo i suoi occhi, ma  sentivo che cercava Domitilla. L’aveva vista in una foto sul sito del canile, l’abbiamo ascoltata  raccontare tante volte, una foto bruttissima, sfocata e sproporzionata, ma era bastata per farla  innamorare.  

Quando i volontari hanno aperto la gabbia per fargliela conoscere, hanno chiuso la porta prima  che uscissi. Guardavo la mia amica correre verso La Ragazza e mi ripetevo: “Se ne andrà e sarai  solo, di nuovo”. Anche quando aveva spiegato che voleva adottare due cani, per farsi compagnia,  non ho pensato che il secondo potessi essere io e non lo pensavano neanche in canile. Le  mostrarono una labrador usata come fattrice e un giovane virgulto alto come un pony prima di  ricordarsi che c’ero anch’io. E, nel momento in cui aprivano la gabbia, per la prima volta pensai  che avevo una possibilità e avrei fatto ogni cosa per non lasciarla andare via.  

Quando, dopo avermi portato a spasso per conoscermi meglio, mi appoggiò una mano sul  sedere, sentii di nuovo i muscoli farsi d’acciaio, ma non ho ascoltato gli incubi e non ho ringhiato;  e quando, al momento di salutarci, stava per uscire dalla gabbia dove ci aveva riportato, mi sono  messo in piedi appoggiandomi alle sue gambe e l’ho guardata per dirle “Torna. Torna da me”.  Avrei voluto di nuovo poter esprimere un desiderio, ma le palle da tennis non c’entravano, quella  volta. Volevo solo che mi sentisse e che mi ascoltasse. 

E ha funzionato, ha funzionato davvero! Una settimana dopo, La Ragazza è entrata in canile con  due guinzagli nuovi di pacca e ci ha portati via. A casa. 

Non dirò che sia stato tutto semplice, perché non lo è stato. Ci sono stati ringhi verso la  Mammadellaragazza, che adesso, per me e Domitilla, è Mamma è basta, quando mi abbracciava, 

e qualche morso mancato verso le altre donne di mezza età che incontravo per strada – capitemi:  i precedenti non erano dei migliori. Ma la risposta erano un passo indietro e una risata, “Oh Teo,  che esagerato!”. E ho finito per capire che era proprio così: infatti adesso lo faccio ancora, ma  intanto scodinzolo e guardo di sottecchi il Papàdellaragazza, il mio Papà, la persona che più amo  al mondo e che, da solo, sarebbe bastato a cancellare tutto il brutto del mio passato. È il nostro  scherzo preferito. 

Io lo so che, se fossi stato in un’altra gabbia, non mi avrebbero scelto. La freccia di Cupido non  era diretta a me, ma andava dritta verso Domitilla e io mi sono solo trovato lì, nella sua traiettoria.  E no, non mi importa saperlo, né raccontarmi una versione migliorata della storia – quelle finezze,  le lascio a voi umani. Perché l’unica cosa importante è che ero lì, per la prima volta al posto giusto  e al momento giusto: dove mi hanno trovato e dove, finalmente, mi sono trovato anch’io. 

Perché è stato da lì che ho imparato chi sono, che sono un pieno e non un vuoto a forza di  sottrazioni – solo una, c’è: 

Non sono Cagnaccio.  

Ma 

Sono i miei anni.  

I miei ciuffi in testa.  

Le mie meches biondo-rossicce.  

Una dimensione fisica, da cagnolino di taglia medio-piccola, e una dimensione mentale, da  gigantesco cane-lupo senza macchia e senza paura.  

La passione per le palline da tennis e le lucertole e il terrore per scope e tubi.  La delicatezza con cui prendo il cibo dalle mani.  

Le zampate che dispenso ai miei umani se smettono di accarezzarmi.  

Le corse da velocista se qualcuno passa davanti al mio cancello e gli acciacchi del giorno dopo.  La mia capacità di allontanare i temporali mettendomi ad abbaiare a più non posso al cielo quando  sento tuonare, e pazienza se mi chiamano per tornare in casa: è un duro lavoro, ma è il mio, e so  che dentro mi aspetta un asciugamano caldo e mani abili a maneggiarlo.  

Sono il controllo-qualità di ogni borsa della spesa.  

Sono topolino, coccodimamma, scimmietta, sergente maggiore.  

Sono Teo.  

Tante cose, dite? Beh: ci ho messo la mia sesta vita a impararle e le sto ancora imparando. Come  un’altra cosa: quei ricordi di quando ero cucciolo e mi innamoravo di tutto, non erano fantasmi 

crudeli e spaventosi. Erano non-ti-scordar-di-noi. Erano semi di speranze. L’ho capito solo  quando li ho visti sbocciare, nel terreno ricco della fiducia. 

Gli anni sono cosa vostra, i miei non li conosco e non mi importano. Sono nove, dicono, quelli  passati insieme. I miei, chi lo sa. 

Mi aggiro ancora per l’orto di cui conosco ogni zolla di terra pronto a incantarmi e a lasciarmi  sorprendere. I miei umani dicono, ridendo, che a volte mi perdo come Alice nel Paese delle  Meraviglie, finché qualcosa o qualcuno non mi riporta alla realtà. E allora ci ritorno scodinzolando,  perché adesso so che anche lei può essere meravigliosa.

©Rachele Totaro

2 risposte a “Cagnaccio”

  1. Avatar PAOLA COSSUTTA
    PAOLA COSSUTTA

    Splendido cara ❤️❤️

    Yahoo Mail: cerca, organizza, prendi il controllo della tua casella di posta

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    1. Avatar Rachele T.

      Grazie di cuore, Paola ❤

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