Ci sono cose che paiono impossibili eppure accadono, come se fossero scritte nel destino. Ci sono legami che, a chi guarda da fuori, sembrano inspiegabili, ma per chi li vive sono naturali, indispensabili e vitali come l’ossigeno. Lì in mezzo c’è la storia di George e Virginia e anche un po’ di come sono finiti qui.



A febbraio ho ricevuto sulla posta di Progetto gOldies tre messaggi. Erano richieste che arrivavano da lontano: due da Roma e una ancora più distante, a firma di Virginia. Scriveva così:
Ho letto di questo progetto in un momento delicato della vita mia e del mio George… mi è apparso quasi come un segnale.
George ha 15 anni, io 33, abbiamo trascorso questi anni sempre insieme, l’uno la spalla dell’altro; per me è tutto.
Oggi ha diversi problemi di salute e ha da poco avuto un intervento alla bocca, ma sta tenendo duro, perché è un leone. Non so quanto tempo avremmo ancora da trascorrere insieme, ma solo il pensiero di perderlo mi sta distruggendo…
Spero davvero che lei possa ritrarre questo nostro legame e che nei suoi scatti possa rimanere per sempre impresso il nostro legame, infinito, indecifrabile, incommensurabile. Ritrarre il nostro amore è forse il regalo più grande che potrei fare adesso. Abitiamo a Napoli.



Ogni richiesta che mi arriva per raccontare un vecchietto è una finestra che lascia intravedere una storia e, se potessi, le spalancherei tutte; ma non posso, per distanza, per tempo, per budget (come le foto che scatto da anni per aiutare canili e gattili, anche i post di Progetto gOldies sono totale volontariato).
L’ho spiegato in risposta a ognuno dei mittenti di quei messaggi, aggiungendo che se in qualche modo, però, fossero riusciti a raggiungermi, sarei stata felice di raccontare i loro gOldies.
“Farò di tutto”, mi ha risposto Virginia: e così è stato.
Con l’occasione di una visita veterinaria a Milano, dopo alcune vicissitudini, una telefonata e una serie di messaggi e di istantanee di una vita insieme, quell’incontro che sembrava impossibile – per la distanza, la salute, l’età – c’è stato davvero.





Con un viaggio inaspettato fino alla stazione di Chivasso, che Virginia, ne sono sicura, appunterà comunque tra i ricordi di viaggio più preziosi, tra le vacanze in Normandia e sotto la Torre Eiffel. Con le due anziane signore che ammirano George al bar e chiedono se è un cucciolo. In una caldissima mattina di maggio, l’unico giorno di sole in mezzo a nubifragi quotidiani; tra parchi cittadini, papaveri cresciuti di fianco alla Provinciale e una luce impietosa, con spostamenti in macchina e foto tutte “buone la prima”, per non affaticare George. Ma c’è stato davvero.
“Lui è tutto, per me” mi ha ripetuto più volte Virginia. “Sempre insieme, sulla stessa strada”.
L’amore che ho visto ve lo mostro attraverso le foto. Per raccontarvelo, com’è giusto che sia, lascio a lei le parole.

George raccontato da Virginia
Il nostro incontro non era voluto e forse per questo è stato ancora più bello.
Io ho sempre avuto una passione per gli animali di tutti i tipi, cani maggiormente, ma mia mamma e mio papà non ne avevano mai voluti perché vivevamo in appartamento. L’amore l’ho sviluppato per conto mio, frequentando una signora che purtroppo adesso non c’è più e che ha girato per 25 anni in auto, tutte le sere, per sfamare i randagi che vivevano alla base del Vesuvio. Era appassionata di quello che faceva e io, ancora minorenne, la aiutavo in queste operazioni come potevo: portavo i cani dalle volontarie, cercavo una famiglia…
A settembre dei miei 17 anni morì mio nonno e feci leva sulla tristezza per insistere che ci volesse ancora di più un cane per riportare gioia in casa. Per la prima volta mio padre fu possibilista, a patto che arrivasse un maltese o un barboncino, “perché non perdono peli e sono piccoli”. Io non li trovavo veramente cani, abituata ai grossi randagi che incontravo ogni sera.



Qualche tempo dopo, un pomeriggio mi recai da un toelettatore con un’amica di mia madre per riprendere il suo cagnolino. Per caso lì c’era anche un’allevatrice che aveva portato una mamma coi suoi cuccioli di 1 mese e mezzo. A me sembravano dei topolini e non volevo prenderli in braccio, ma insistevano e scelsi George. Appena lo presi scoppiai a piangere come una pazza: mi sentivo travolta da un’emozione fortissima che non riuscivo a dosare. Guardavo mia mamma: “Toglietemelo, non capisco cosa mi stia succedendo…”.
Tornate a casa, per una settimana non parlammo d’altro, finché mia mamma chiamò l’allevatrice. George arrivò che aveva due mesi: fu amore a prima vista, ma complicato, perché lui era davvero piccolino e indifeso, io a 17 anni non avevo mai avuto cani e, dopo appena due giorni, i miei genitori partirono lasciandomi sola con lui. Ma proprio da lì è partito il nostro immenso amore.





Per quasi 16 anni siamo stati sempre insieme, in tutto, un amore che è stato la mia forza e la mia condanna. Non c’è un aneddoto di noi che non mi abbia segnato e che non reputo importante… nonostante la tristezza che accompagna questo periodo, ci siamo divertiti e abbiamo vissuto così tanto, insieme!




La prima volta che ho ospitato un’amica a casa mi sono spaventata: era spento, apatico, immobile nel suo lettino… Solo dopo una corsa dal veterinario, solo noi due, è tornato il George di sempre, felice e saltellante. La diagnosi? Gelosia… perché, per un po’, non era stato al centro del mio mondo.
E poi tutti i viaggi che abbiamo fatto, i posti che abbiamo visitato… Ha giocato senza timore con cani grossi venti volte tanto, ha sentito l’erba sotto i piedi, ha camminato ovunque di fianco a me, senza mai essere trattato come un “cane da borsetta”.







Solo per sei mesi non siamo stati insieme: ero a Milano, frequentavo le lezioni all’università e lavoravo. Mi sembrava di non dargli la presenza e la serenità che avrebbe meritato e così decisi, per il suo bene, di riportarlo a Napoli, dove avrebbe vissuto con la mia famiglia. Per un semestre mi imposi di non tornare, per non scombussolare l’equilibrio che aveva trovato e anche perché ogni volta mi rassicuravano: “George sta benissimo, non sembra patire la tua mancanza”.
Ma poi sono tornata… “Chissà se si ricorderà”, pensavo. Non appena sono entrata dalla porta e George mi ha vista, si è precipitato da me e non si è mai staccato, ignorando completamente tutte le altre persone. C’ero solo io. Alla ripartenza per Milano, eravamo di nuovo insieme e non ci saremmo più lasciati.




A lezione; nei viaggi; nella malattia. Per due anni ho avuto dei grossi problemi di salute che mi hanno costretto a vivere per quasi tutto il tempo a letto. E George, che pure ai tempi era ancora giovane e scattante, se ne stava fisso tutti i giorni, tutto il giorno vicino a me, senza mai un lamento; nei momenti peggiori il suo sguardo costante fedele, mai giudicante ma sempre amorevole, mi ha dato il coraggio di andare avanti, ma soprattutto la forza di combattere e non mollare mai. Leale e resistente: se avessi solo due parole per descriverlo, sarebbero queste.
Oltre a essere la mia compagnia, la mia spalla, il mio mondo intero, il mio specchio e soprattutto la mia forza e il mio motivo per lottare, George è stato anche il mio compagno di cure. Ogni settimana veniva con me fino a dentro la stanza al centro analisi per i prelievi e mi ha accompagnato anche quando ho iniziato le terapie di emotrasfusione di sangue al Fatebenefratelli, a Roma! Non c’era nessun altro: eravamo solo io e lui. Per la mia famiglia forse era normale, e forse io, non ricevendo da loro una presenza così assidua, l’ho stabilita nel tempo con lui. Le mie cure non saranno mai finite e probabilmente continuerò tutta la vita, ma è il pensiero di dover vivere senza George a essere un dolore che non ha eguali, per me.


Tre mesi fa l’ho fatto operare alla bocca. Al risveglio l’hanno chiuso in una gabbietta, nonostante avessi chiesto espressamente di evitarlo. Sapevo che sarebbe impazzito e avevo chiesto di poter essere con lui, ma non mi hanno ascoltato. Quando si è svegliato, si è trovato solo, spaventato, e ha cominciato a urlare così forte che sono stati costretti a chiamarmi. Era ancora mezzo sotto anestesia, ma con tutta la forza che aveva in corpo, si scagliava contro il cancello di ferro, mordendolo, cercando di romperlo. Quando mi ha visto, i suoi occhi si sono accesi come stelle. Si è subito calmato, si è sentito al sicuro e si è lanciato tra le mie braccia. Il mio cuore scoppiava: lo amo più di ogni altra cosa al mondo, e lui lo sa.
Poi mi hanno chiesto di rimetterlo nella gabbia, ma lui non è abituato a stare chiuso: è sempre stato libero. Ha iniziato a urlare ininterrottamente, piangendo, chiamandomi. I dottori cercavano di rassicurarmi, dicevano che stava bene… ma io lo sentivo, stava male. Non ce l’ho fatta, sono andata a prenderlo e l’ho portato via.
Il veterinario mi ha guardata e ha detto: “Sì, questo cane vive solo per te. È diverso dagli altri. Abbiamo sbagliato: doveva stare con te fin dall’inizio. Tu e lui siete la stessa cosa.” Ed è vero. Era profondamente traumatizzato, e solo grazie al mio amore, alla mia presenza costante e alle mie cure si è ripreso. Scene come queste ce ne sono tante, nella nostra storia.
So che per un osservatore esterno è molto difficile capire quello che è stato ed è il nostro rapporto e, forse, ancora più quest’ultimo periodo. Quando si stabilisce un legame è sempre difficile accettare di perdere qualcuno che ami così profondamente. La ragione sa che è così che deve andare, ma il cuore non lo sa e non è mai pronto a spezzarsi.
Nonostante questo… Nonostante l’ansia, la paura e il dolore immenso, lo rifarei milioni di volte e milioni di volte ancora, perché con lui e grazie a lui ho scoperto cosa significa amare davvero ed essere amati.
George di emozioni me ne regala tutti i giorni. Lui è tutto per me. Ossigeno.




George è stato ed è il mio centro di tutto. Per lui sono ritornata a Napoli, ho lasciato il mio lavoro e sono tornata a vivere con i miei. Ora sono io ad aspettarlo immobile, mentre lui se ne sta sdraiato e io non posso spostarmi di un metro, perché subito se ne accorge e si agita.
Ogni tanto sospira, quasi come volesse dirmi “Scusa, mamma”. Ma non mi importa. Per quanto sappia che tanti mi giudicano per questa mia scelta, io dentro di me sento che non potrei fare altrimenti.
Qualsiasi cosa io abbia vissuto, l’ho condivisa con lui e fa male dire questo, perché se a volte chiudo gli occhi e penso alla mia vita senza George, giuro, non me la ricordo… Lui è arrivato nella mia vita che avevo 17 anni: sono diventata donna, adulta con lui; ho vissuto tutto con lui. Il primo amore, la scuola, l’università e la laurea, le prime uscite, le notti pazze brilla, lui era sempre con me. Dei momenti negativi e positivi non ho un solo ricordo senza George e darei la mia vita per far sì che non debba interrompersi questa magia.


Non mi rassegno al fatto di doverlo perdere e forse questo è il periodo più brutto della nostra vita insieme, ma anche il più intenso.
Un anno fa ho iniziato a notare in lui cambiamenti. Piano piano, in modo impercettibile, o forse troppo velocemente, la vecchiaia lo ha divorato senza darmi il tempo di rendermene conto e solo adesso, che è troppo tardi, mi sono accorta che lo sto perdendo.



Lui è il mio tutto, nel vero senso della parola: non c’è niente oltre lui… Non è giusto, lo so, ma è così. George è il mio equilibrio, la mia casa, la mia metà. Il mio maestro di amore: mi ha insegnato cosa davvero significhi amare e cosa significhi scegliere di farlo.
Vederlo così, inerme, debole e tanto in difficoltà, adesso mi distrugge. Ogni giorno peggiora sempre di più… l’occhio sinistro improvvisamente è diventato tutto bianco, come il destro, e l’oculista mi ha appena confermato che si è lesionato anche questo cristallino, in modo definitivo. Mi sento distrutta all’idea che George non mi guarderà mai più, nemmeno un’ombra mia… il tempo me lo sta portando via piano piano e io vorrei solo avere il potere di fermarlo e urlargli di non andare più avanti… ma non posso.

Ma è proprio nella disperazione, nel dolore, che capisco cosa è George per me: perché proprio in questi momenti lo guardo e mi rendo conto che devo essere forte e non devo soffrire, perché devo trasmettergli altri sentimenti e non paura e tristezza. Non è facile, sicuramente, ma glielo devo, perché lui è stato ed è il motore delle mie lotte, la sua fedeltà estrema e assoluta mi toglie il respiro e mi fa capire che l’amore è la cura di ogni male; che tutto il “sacrificio” vale la pena se quegli occhi, anche se bianchi, sono felici. Perché mentre li guardo so, dentro di me, che, nonostante il dolore, l’amore vincerà sempre su tutto.
George mi dà coraggio, mi dà forza, mi stimola a vivere e mi fa essere una persona migliore. Non so cosa sia questo per gli altri, ma so che è il vero amore per me.


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