Mamma mia, che paura di non arrivare in tempo.
L’incontro con Zumino era in programma da un po’, ma con flemma, senza una data; invece, di colpo, dopo una visita dal veterinario, diventa urgenza, proprio mentre io sono a 400 km di distanza e i giorni sembrano correre e rallentare in contemporanea. Non li conosco se non per sentito dire, ma è importante poterli raccontare; sono importanti.

E poi, finalmente, ci siamo. Un giorno di sole in mezzo a settimane di pioggia disastrosa in Canavese. L’accoglienza calda di Zumi e di Erika, che mi dà l’impressione di conoscerli da sempre; quel campo di forza che sprigionano insieme, ormai quasi maggiorenne, e che corre lungo uno sguardo che non si perde mai, in barba alla cataratta e alle distanze.
Zumi è soffice come un peluche, caracolla ma non molla, anzi, ogni tanto prende e va, va, va (perché è diventato un po’ sordo? Perché non gli interessa ascoltare? Chi lo sa), finché Ika non lo raggiunge.
“Non ama le smancerie!” mi avverte la sua Erika. Ma non importa – anche se lei gliele fa lo stesso e lui le accetta stoico, soprattutto in cambio di una crocchetta. Ma non importa, perché mica c’è bisogno di un abbraccio in posa per raccontarvi tutto l’amore che c’è; la complicità, l’allegria, la tenerezza. Due vite che diventano una.


Progetto gOldies ha senso perché ci sono storie come la loro.
È stato un pomeriggio che mi è entrato nel cuore, si capisce, vero? Per questo, tra foto e parole, sono felice di condividerlo qui.
PS A novembre Zumino compirà 18 anni e Ika, come sempre, gli preparerà una grande festa piena di cibo, calzini, sassi e amici. Ci tengo, tra questi, ad esserci anch’io.

Zumi raccontato da Erika
Da tempo volevo prendere un cane e, quando ho saputo da mio fratello che un suo amico aveva tre cuccioli da dare via (una cucciolata casalinga, improvvisata, in campagna), ho detto: andiamo a vederli.
Erano 2 femminucce e un maschietto e io ero praticamente sicura che avrei portato a casa una femmina; così, quando avevo chiesto consiglio su come chiamarla, un amico brasiliano mi aveva suggerito Zumira e io ho pensato subito che fosse un bellissimo nome.
E poi… sono andata a vedere i cuccioli. Non è che lui mi abbia scelto, anzi: le due sorelline mi stavano molto più attorno, mentre lui se ne rimaneva per i fatti suoi. Eppure “Prendo questo” ho detto, e così è iniziata la nostra storia.



Lui aveva 45 giorni, io 22 anni. Era il 2006, quasi 18 anni fa, quando siamo diventati “noi” e Zumira è diventato Zumi (e poi Zumacher, Zumarello, Zumino, …).
Tanti nomi, ma se dovessi definirlo con una sola parola… eh, quello è più difficile. Anarchico, magari. O sovversivo, meglio ancora.


Di ricordi, invece, ce ne sono centinaia. I primi che mi vengono in mente sono le fughe di quando era giovane: tra le più clamorose, quella volta in cui ha attraversato a nuoto un fiume, e, peggio ancora, un’altra, quando abitavamo a Torino: è uscito dalla nostra casa in Via Ormea e ha attraversato Corso Massimo (trafficatissimo, ndr) per andare al Valentino a farsi i fatti suoi… Le comiche, se ci penso adesso, anche se ai tempi ci ha fatto perdere anni di vita.

I giocattoli “veri” non li ha mai apprezzati più di tanto. Solo quelli col fischietto, almeno per i 30 secondi prima della distruzione (ma ancora adesso glieli prendo). I sassi, piuttosto, sono sempre stati e restano la sua grande passione.

I calzini, anche: da piccolo mangiava i calzini di tutti, dovunque lo portassi ne scovava e mangiava uno. Ma nessuno dei miei amici se l’è mai presa, d’altronde è sempre stato un gran simpaticone – con gli umani, almeno, perché con tutti gli altri cani maschi ha sempre litigato.


Con le persone, invece, grandi feste, capriole e balletti (seduto! Zampa! L’altra! Salterelli!), quand’era più agile, in cambio di un bon-bon, un biscottino. Per non parlare del canto: tutti quelli che lo conoscono hanno il ricordo di lui che cantava in un modo unico, tutto suo. Se attaccavo una canzone, lui si univa subito a cantare con me. Adesso ha problemi alla trachea e non canta più, ma a volte ci prova ancora…
Anche se Zumino è sempre stato il mio cane, quando era più giovane è stato tanto con i miei, perché ho girato il mondo; è stato un po’ un affidamento congiunto! Invece dal 2020 a oggi no, non mi ci sono mai più separata, neanche per le ferie. Ho proprio paura di lasciarlo; perché è la paura che mi accompagna nella fase che stiamo vivendo adesso.

Abbiamo passato tante fasi e in tutte mi ha dato qualcosa.
C’è lo Zumino giovane, gironzolone, che mi aspettava dalla nonna mentre ero in giro per il Mondo e che mi teneva il muso quando tornavo, offeso perché non l’avevo portato con me.
C’è lo Zumino dei canti, delle esibizioni, delle fughe, delle feste.
C’è lo Zumino che inizia a non fare più le scale e che ha bisogno di essere caricato in macchina, perché non ce la fa più a salire da solo… lì ho iniziato a dire “Caspita, sta invecchiando“.
E c’è lo Zumino che a novembre compirà 18 anni, sempre più in un mondo tutto suo. Sempre più in simbiosi con me, sì, però soltanto per questione di dipendenza… Ormai mi guarda in faccia e io capisco i suoi bisogni, ci capiamo al volo.
È una fase molto statica, lui dorme tutto il giorno e non facciamo più grandi cose, anche se lo porto a fare tutto ciò che gli piace: la passeggiata lenta e fitta di annusate fino alla cappelletta con la Madonnina e ritorno, il bagno al fiume – e cosa importa se adesso ci andiamo in macchina. L’importante è andarci, esserci ancora e insieme.



Faccio sempre più fatica a distaccarmene, anche solo per andare a lavorare.
È una fase in cui non c’è tanto scambio, ma mi sento estremamente fortunata, perché sto proprio realizzando che, anche se non lo voglio lasciar andare, lui mi sta dando la possibilità di accompagnarlo fino alla fine, di abituarmi a un’idea che sarà sempre inaccettabile.

E intanto, ogni mattina, come prima cosa, esce a fare il suo giretto in cortile, mentre io, non vista, gli riempio la ciotola con le sue crocchette speciali; così, quando torna, la trova piena e spalanca gli occhi come un cucciolo, stupito da quella magia. Allora mangia tutto, e poi esce di nuovo, e poi torna perché, se l’incantesimo c’è stato una volta, perché non potrebbe esserci di nuovo? Ha una fede incrollabile nella ciotola piena.
E anche se le zampe non reggono tanto, se le analisi non promettono belle notizie, se la paura è sempre lì, nei suoi occhi speranzosi e aperti alla sorpresa ritrovo il mio cucciolo di 45 giorni, il compagno di quasi metà della mia vita e tutto quello che c’è stato in mezzo; e mentre lui sorride, mi trovo ogni volta e ancora a sorridere con lui.


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