#12 Pinotto

Pinotto ha 14 anni, una fiatella perenne e una serie di malanni da riempire fogli di diagnosi e ricette di medicinali. “Un catorcio“, mi ha detto Silvia; ma l’ha detto con gli occhi che brillavano e che dicevano altro e molto di più.

Pinotto non è il suo gatto; è un amico, il migliore. Un compagno di vita. Un brontolone che non sa (anzi: non vuole) nascondere il disappunto, quando qualcosa non gli va a genio; un entusiasta che non sa, e non vuole, nascondere l’amore che prova per la sua umana e la gioia di ricevere lo stesso amore in cambio.

Da anni, Silvia è volontaria del Parco delle Fusa, lo straordinario Gattile di Chieri (TO) di cui, da qualche tempo, è presidente.

Chiunque faccia il volontario in una struttura che si occupa di animali deve alzare un muro per sopravvivere all’impulso di portarsi a casa tutti coloro di cui si prende cura.

Ogni tanto qualcuno lo oltrepassa, quel muro, oppure si apre una breccia (ed è da lì che entra la luce, concorderebbe con me il poeta). È stato così per Pepe, un altro dei gatti di Silvia, nonché (spoiler) prossimo gOldie che vi racconterò qui sul blog.

A volte può addirittura succedere che siano degli umani poco sensibili a farla spalancare, quella breccia; perché se sempre la gentilezza può cambiare il mondo, almeno in un caso è stata la superficialità a creare un’onda di rabbia che ha scavalcato tutto, il muro e i problemi che lo puntellavano, e si è trasformata in una vita nuova. Una vita nuova e meravigliosa, per Pinotto e per Silvia.

Sono onorata di raccoglierla e condividerla con voi.

Pinotto raccontato da Silvia

Pinotto è arrivato in gattile nel 2012, un’estate particolarmente maledetta per noi volontari a causa di tanti abbandoni e problemi di salute dei micini. Ce la ricordiamo tutti come un disastro.

Era stato notato da una ex volontaria, che aveva visto quel micio adulto bianco e nero girare nella zona: in pratica, la sua ex famiglia si era trasferita, mollandolo in giardino. Non sappiamo quanti inverni abbia passato fuori, sicuramente almeno uno, quello del 2011-2012, e l’ha patito tantissimo; ancora oggi soffre le basse temperature e non ama stare all’aperto, neanche sul balcone. Se sente appena un po’ di freddo, dopo aver messo il naso fuori rientra immediatamente dentro casa.

Quando l’hanno recuperato era restio a fidarsi delle persone; piano piano ha preso confidenza e, al suo arrivo in gattile, era sempre alla ricerca spasmodica di affetto. Faceva una tenerezza e una pena infinita: quando noi volontari entravamo, ci veniva incontro e si sollevava sulle zampine attaccandosi al ginocchio, un po’ come fanno i cani quando ti vogliono salutare. Dava testatine, cercava di arrampicarsi, voleva il contatto.

Nel vecchio gattile non c’era l’ufficio, ma solo una stanzetta con una sedia, che usavamo quando dovevamo segnare qualcosa sull’agenda. Allora ti saltava in braccio, non ti lasciava tenere in mano la penna. Era come se implorasse

“Ti prego, amami!”.

Una mattina presto mi trovavo in gattile a fare pulizie quando era arrivata una famiglia per adottare un micino; genitori e figlio erano in anticipo e la responsabile delle adozioni non c’era ancora, così li avevo fatti entrare io. 

Pinotto si era esibito nel suo solito show di benvenuto, si era arrampicato alla ricerca spasmodica di affetto e loro lo avevano preso per un attimo in braccio, prima di metterlo giù dicendogli “Tu no, sei troppo grande”. Una scena di quelle che fanno cadere le braccia a ogni volontario e l’espressione sul muso di Pinotto in quel momento… beh, spezzava il cuore.

Mi ricordo che, per il nervoso, sono uscita per fumare e lì ho detto “No, me lo devo portare a casa, questo gatto ha un disperato bisogno di una famiglia”.

Non è stato facile, perché la sua adozione non era prevista e i problemi erano tanti: studiavo per finire l’università e intanto ero impegnata in vari lavoretti, vivevo con mia mamma e con la gatta Birba… Però li abbiamo superati e Pinotto è arrivato a casa.

A dir la verità, ai tempi si chiamava Volpino, nome che non mi piaceva: per i gatti mi piacciono i nomi “semplici e banali”, come Oscar o Felix, e volevo che fosse così anche per lui. Abbiamo provato a dargliene diversi, ma non c’era nessuno che gli piacesse, non reagiva mai.

Così, un giorno, mia mamma ha esclamato: “Ma guarda se ‘sto Pinotto non deve mai rispondere a nessun nome!”. E lui è arrivato tutto baldanzoso, come a dire “Stavate parlando di me?”. Magari la famiglia di prima lo aveva chiamato Giotto, oppure Otto… è rimasto Pinotto ed è per questo che dico che è stato lui a scegliersi il nome.

La sua vita passata gli ha lasciato altri ricordi, oltre a quel suono familiare.

Ha il terrore di essere abbandonato. Quando vedeva valigie o trolley in casa, dava di matto, perché quegli oggetti gli ricordavano i preparativi degli umani che avevano preceduto il suo abbandono. Ci ha messo diversi anni a superare questa paura.

È arrivato in gattile già con le zampine posteriori storte: non sappiamo se per una caduta mal curata, per l’artrite, per gli inverni passati fuori al freddo… però è sempre riuscito a fare tutto, tranne passare attraverso la gattaiola. 

Un altro problema è una grave gengivite cronica, dovuta probabilmente al cibo di bassa qualità che gli era stato dato nei primi anni di vita e all’inverno o agli inverni passati fuori, quando si è dovuto arrabattare mangiando quel che trovava. Pinotto non prende in nessun modo pastiglie, diventa una belva, ma per fortuna ama i gel ed era lui a chiedere la medicina per le gengive: secondo me aveva capito che, oltre a piacergli per il gusto, gli faceva bene. Così veniva in camera mia indicando la scrivania, dove sapeva che tenevo il tubetto della medicina. L’ha fatto fino a poco fa, quando ha deciso che quel gel così buono… non gli piaceva più. 

Avevamo anche cercato di rimuovere i denti, ma lui, che si agita tantissimo anche solo ad entrare nel trasportino, è andato in arresto cardiaco respiratorio durante l’intervento e mia veterinaria l’ha ripreso appena in tempo, per un pelo. Niente operazioni per lui e visite solo in casa

Pinotto è sempre stato un gatto molto pacifico, non solo con le persone. Già al suo arrivo non ha avuto problemi con Birba, ai tempi la micia di casa, e anche successivamente non è mai stato aggressivo con chi è entrato in famiglia dopo di lui. Sono convinta che capisse che arrivavano, come lui, dall’orfanotrofio dei mici.

Non ha mai soffiato o dato zampate, ma ha sempre accolto volentieri gli altri gatti ed è solidale con i suoi simili. Una volta, quando non avevamo ancora la gattaiola, Birba era rimasta chiusa fuori. Io non me n’ero accorta perché stavo pulendo il bagno. Pinotto è arrivato miagolando senza sosta, come un ossesso, e non capivo cosa avesse: cercava in ogni modo di farmi andare in cucina. L’ho seguito pensando che volesse mangiare, invece mi stava indicando che Birba era fuori e dovevo aprirla, anche in fretta!

Con Pepe, micione dodicenne, è sempre andato d’accordo; solo adesso, quando gioca troppo vicino a lui, gli soffia e brontola un po’, ma Pepe è talmente bonaccione che non gli dà retta e tutto finisce ancora prima di iniziare. D’altra parte, Pinotto è sempre stato un vecchietto dentro, anche prima dei suoi presunti 14 anni.

Il grande amore di Pinotto, però, è Sophie, la femmina di casa. Ogni tanto lei gli tira qualche schiaffetto, ogni tanto lo fa lui, ma tra loro è stata intesa a prima vista e continua a essere così.

Altra cosa simpatica: quando si arrabbia, si arrabbia sul serio! Ho delle foto con la sua faccia contrariata accompagnata dalla scritta “Pinotto disapprova”. Non finge mai, né si fa andare bene le cose che non gli piacciono.

Io lo definisco il mio miglior amico. In questi anni mi ha aiutato a finire gli esami, a scrivere la tesi, ad affrontare un trasloco e tanti cambiamenti. C’è sempre stato. Che fossi sul letto, sul divano, alla scrivania, a studiare o a lavorare, passava pochissimo prima che mi saltasse in braccio.

Io gli dicevo “Sei il mio miglior amico, dobbiamo sempre stare insieme!” e lui rispondeva rivolgendomi una faccia così compiaciuta che mi faceva ridere ogni volta.

Purtroppo con gli anni ha sviluppato un’insufficienza renale, ancora più difficile da gestire per la sua avversione per le pastiglie. La gengivite è peggiorata e, per non farsi mancare niente, da un po’ gli è stato diagnosticato anche l’ipertiroidismo, che lo rende molto agitato: mi svegliava anche di notte per mangiare, ogni due ore, miagolando o, per risparmiare la voce, chiamandomi direttamente con la zampetta. Non è stato facile, ma abbiamo superata anche questa.

Tra età e problemi, non è più il gatto di una volta, però non rinuncia a salire sul letto e a venire in braccio.

Ha una scaletta tutta per lui, che gli rende più agevole raggiungere il divano; non gli piace, invece, essere aiutato, perché ci tiene tantissimo a dimostrare la sua autonomia. In quei casi, sul suo musetto un po’ sbavato cala subito la disapprovazione. Ma quando gli dico che è sempre, e sarà sempre, il mio migliore amico, la risposta è ancora il sorriso più goduto, consapevole e sincero del mondo.

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