#2: Swami

Swami, piccolo bersagliere

Il 17 aprile 2017 non esisteva Progetto gOldies e mi ero portata dietro una piccola Olympus con una vecchia lente manuale solo perché senza non riuscivo a stare, neanche alla mia festa di addio al nubilato quasi a sorpresa.

La sorpresa vera me l’aveva fatta Zaira, che non doveva esserci e invece era lì, tra le tazze spaiate che avrebbero fatto felice il Cappellaio Matto, cartelli che dicevano che ogni direzione era (im?)possibile, etichette che promettevano o minacciavano Bevimi! o Mangiami!

Ovviamente con lei c’era Swami, detta Pisciulina. Avrei scritto “la sua ombra”, di getto, ma Swami era pura luce. Piccola, tonda, con le zampe corte e la linguetta lunga, che se ne andava dappertutto meno che dentro la bocca. Viaggiatrice, anche, perché non c’era posto dove non accompagnasse Zaira.

Le ho viste tante volte, sempre insieme, bellissime sempre, e sempre c’era qualcos’altro da fare, intanto. Se avessi saputo che c’era così poco tempo, del tempo me lo sarei preso: quello sufficiente e necessario per scrivere con la luce la loro storia.

I se non cambiano il passato.
A volte, però, lo fanno cose ben più banali.
I vecchi hard disk e le pause forzate, ad esempio.

In questi giorni sono stata a casa, per una banalissima pseudo-influenza. Quando mi sono stufata di stare sdraiata e avvolta in una coperta, ho preso in mano un vecchio archivio. Non avevo mai sviluppato le poche foto di quella giornata e, sono onesta, non me le ricordavo più.

Sono foto imperfette, la messa a fuoco non è precisa, la nitidezza è poca. Se avessi saputo avrei portato un’altra lente, mi sarei presa più tempo, avrei scattato di più  – eccolo lì, ancora l’inutile se.

Ma sono foto dove c’è tutto quello che conta: loro due.

Il posto più sicuro del mondo

Zaira non lo sa ancora, che in questo Progetto gOldies che ha amato e sostenuto dal primo momento adesso ci sono anche loro. Questa volta è il mio turno di farle una sorpresa.

E no, non è una vendetta per il famigerato vocale di quasi 10 minuti (sono reali e sono in mezzo a noi, allora) che mi ha mandato ieri, quando, con la massima nonchalance, le ho chiesto di raccontarmi la loro storia.
Io, comunque, se qualcuno mi inviasse un audio da 9.49 gli leverei l’amicizia!” mi ha scritto dopo. E sì, sarebbe cosa buona e giusta, a meno che contenga una storia così.

Zaira abbraccia Swami
Tra le braccia

La storia di Swami

La prima vita-non-vita di Swami finisce quando ha quasi 12 anni, la maggior parte passati in un canile. Anzi: nel canile, con il determinativo a fare da spartiacque nella sua storia. Perché quello di Nocera era proprio il rifugio che Zaira aveva scelto per adottare una nuova cagnolina dopo la scomparsa della sua Vipera, così che da quel dolore, impossibile da zittire, nascesse qualcosa di bello.

C’erano decine di cani, in quel canile; tutti aspettavano, tutti meritavano una casa. Zaira aveva chiesto solo una cosa a Gianna, la volontaria che segue le adozioni: “Voglio una cagnolina che nessun altro vuole”. E così si erano spente le luci sulle altre gabbie, quelle dove vivono cani che ancora hanno una speranza; al centro della scena, per la prima volta nella sua storia, con quel musetto storto e incompleto che, prima della sua unicità era stata la sua condanna, era rimasta Swami. “Gianna mi ha mandato la sua foto ed è stato amore a prima vista”.

Cosa ci fosse fuori dalla gabbia, Swami ha iniziato a intravederlo in quel viaggio dalla Campania alla Liguria. E non sembrava neanche così interessante.

“Quando è arrivata in stazione, l’ho letteralmente tirata fuori dal trasportino. Letteralmente. Era mogia, aveva gli occhi socchiusi, teneva la testina inclinata. “Mi sa che non dura tanto” ho detto all’amica che mi aveva accompagnata. Invece, una settimana dopo era già un bersagliere e camminava tantissimo, sempre insieme a me, ovunque andassi”.

Che belli quei primi mesi: ogni giorno una scoperta, tra le luci di Natale che rendevano ancora più magica la realtà, i mercatini, i viaggi. Vipera era grande, una lupa, e il suo vuoto era ancora più grande; eppure Swami lo stava riempiendo. Non cancellando, perché non si può; ma colorandolo di tinte nuove, di sguardi dolci e presenze discrete. Sono sempre due, almeno, le vite che si salvano con l’adozione.

“Poi, a marzo, mi hanno trovato il tumore. Lì le cose sono cambiate. Le prime cure, a Milano, un nuovo percorso insieme. E quando sembrava che tutto si stesse sistemando e ci stavamo preparando per una bella estate, la nostra prima bella estate, è arrivata la notizia: dovevo iniziare chemio. Swami ha iniziato a perdere i peli, per lo stress e per il dolore di vedermi stare male.

Lei ha sofferto quanto me. Però quell’estate siamo andate ovunque.
Plateau Rosa, Cervinia, Firenze… Io avevo voglia di sentire che sarei sopravvissuta a tutto questo e volevo dare a Swami qualcosa di bello”.

E, fidatevi, è stato così. “Dalle cose più grandi a quelle più piccole, dalle belle alle brutte, le abbiamo vissute tutte insieme. A ogni controllo in ospedale, l’unica certezza era lei che mi aspettava, il suo musino la prima cosa che avrei visto, una volta uscita”.

Ma c’era anche a Firenze, al mare in Sardegna, al cinema e al ristorante, anche ai matrimoni. Se Zaira c’era, c’era Swami. Era il mio buongiorno, era la mia buonanotte“.

“Swami è andata via il giorno in cui avremmo fatto la festa dei 5 anni insieme. Anni di pappe buone, coccole, nanne insieme, viaggi insieme. E chissà quante cose sto dimenticando”.

“Fino all’ultimo ha giocato, corso, scherzato. Anche nell’ultimo video che le ho fatto, quella sera, di ritorno a casa: pensa che era venuto sfocato e lo volevo cancellare, ma l’ho lasciato nel telefono mentre saltellava via, per non perderla d’occhio. Per fortuna l’ho tenuto, perché è il nostro ultimo video insieme”.

E chi se ne frega se, per chiunque altro, quello è un video fatto di macchie indistinte. Chiunque altro non è Zaira. Le macchie indistinte non sono Swami e il suo saluto a passo di bersagliere, a passo di vita, allegro, dolce e perfettamente imperfetto come lei.

Swami se n’è andata velocemente, quella notte, e nessuno l’avrebbe mai potuto immaginare. È stato uno shock per chiunque la conoscesse, pensate per Zaira. Eppure era lì, con lei e col veterinario della clinica aperta 24 ore su 24, e mentre il mondo crollava senza avvisaglie è stata capace di farle l’ultimo regalo che potesse donarle: lasciarla andare, senza aggrapparsi a un’ora o a mezza giornata in più. Lasciarla andare per dirle “grazie”, “ti voglio bene”, “ci sono io qui per te”.

“Ci sono io, qui per te”

Postilla: dopo Swami

Quando vi ho presentato il Progetto gOldies vi ho detto che volevo che fosse un inno alla vita e alla gioia. E lo è anche questa storia, non vi sto prendendo in giro. Perché, anche se alcune storie finiscono male per il semplice fatto di finire (non è il destino comune delle grandi storie d’amore?), c’è il tempo di una postilla. Non riscrive la fine, ma scrive un nuovo inizio.

“Non prenderò più cani”, diceva Zaira (“Non prenderò più cani”, diciamo un po’ tutti). E sembrava anche crederci. Ma poi c’era sempre quel canile, quella volontaria, e un’altra gabbia.

Dentro c’è Bianca, adesso, terrorizzata da ogni cosa, fobica, candidata perfetta per quell’ergastolo che segna le vite di certi cani di canile.

Si spengono le luci attorno, resta solo la sua. Ora c’è Bianca, al centro della scena.

E potrei scommetterci: il Cupido dietro quella freccia così potente e luminosa, che non può essere ignorata, è buffo, paffuto, con le zampe corte e la lingua di fuori.

Ciao Swami

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